Il volume contiene i "Viaggi" e gli "Scritti letterari" di Cesare Brandi. Con la prefazione di Franco Marcoaldi e gli interventi di Roberto Barzanti e Vittorio Sgarbi.
Cosa vuoi dire oggi "essere gay"? È proprio vero che la legge è uguale per tutti? L'omosessualità gode ormai del rispetto e degli stessi diritti riconosciuti all'eterosessualità o è ancora vista con sospetto e pregiudizio? Secondo uno degli avvocati più famosi d'Italia i casi di discriminazione sono ancora tanti, troppi, l'autrice riflette su alcuni principi della Costituzione italiana, e in particolare quelli espressi negli articoli 2 e 3, che risultano non applicati nel caso degli omosessuali. Inutile dire che particolare peso hanno, in tutto questo, la religione e le posizioni della Chiesa cattolica. Le nozze, le adozioni, le successioni, la convivenza: tutte battaglie ancora da combattere, in nome della legge. E inoltre, in appendice: una rassegna delle legislazioni sul tema omosessualità nel mondo (dalla pena di morte in Iran ai pari diritti in Olanda).
Un'indagine sull'universo gastronomico di Andrea Camilleri, espresso attraverso il suo illustre personaggio: il commissario Montalbano, goloso e continuamente affetto da un "pititto" smisurato. Ne viene fuori un'antologia gustosa come una tavolata ben imbandita, con rievocazioni di alimenti e pietanze tratte dai suoi ricordi dell'infanzia in Sicilia. Il cibo diventa protagonista trasversale di tutte le storie, e acquista una valenza affettiva molto forte, sinonimo di materializzazione dell'amore materno. Da qui si deduce l'importanza che questa passione ha per il commissario, così prepotente da prevaricare anche la passione amorosa. Per lui, il cibo è l'oggetto del desiderio, più importante degli altri piaceri e deve essere conquistato a tutti i costi; ma i segreti delle gustose pietanze sono custoditi da altri, la "cammarera" Adelina, Calogero, Enzo. Le ricette sono svelate in queste gustose pagine da assaporare in silenzio e solitudine, con animo lieto e mente sgombra, una per volta, come quando Montalbano si siede a degustare i suoi piatti preferiti.
A coronamento di una carriera intensa e fortunata, Arrigo Levi si è accinto a scrivere il suo "come diventai giornalista" ma, si sa, la memoria ci porta dove vuole lei: così è nato questo limpido e sereno reincontro con le proprie origini, un racconto intessuto di riflessioni e ricordi, che rievoca il mondo felice della giovinezza, trascorsa in un'agiata famiglia della borghesia ebraica modenese, e poi le peripezie subite a causa dell'andata al potere del fascismo e delle leggi razziali, l'emigrazione in Argentina, il ritorno in patria, la partecipazione da soldato alla nascita di Israele, il decennio nell'Inghilterra di Churchill e di Giorgio VI, l'ingresso definitivo nel giornalismo. Ritessendo la tela della propria formazione, itinerante di paese in paese, Levi riflette anche sulla fede, sui totalitarismi, sulla tragedia della Shoah, e in pagine di lucida e spesso sorridente saggezza consegna al lettore una penetrante lezione sul Novecento.
Che cosa ha significato e cosa significa, per noi italiani, avere il papa in casa? Qual è il rapporto fra passato e presente nella storia, ormai lunga, dei terroristi e del terrore? In che senso le discussioni dell'oggi sulle nuove frontiere della vita e della morte guadagnano a essere illuminate da vicende di ieri, o dell'altroieri? Perché l'interminabile conflitto tra israeliani e palestinesi ci riguarda tutti, più di ogni altra guerra al mondo? Ecco alcune delle domande cui provano a rispondere gli interventi pubblicistici di Sergio Luzzatto, usciti principalmente sul "Corriere della Sera" e qui radunati in volume. Come già "Sangue d'Italia", così questa raccolta muove dal principio che la storia sia una faccenda troppo seria per essere lasciata in pasto ai professionisti della disinformazione culturale. Se vogliamo guardare avanti con una qualche consapevolezza, è anche all'indietro che dobbiamo imparare a orientarci.
Si ripropone da tempo un ritorno al nucleare, ma si ignorano le scorie seppellite in giro per l'Italia che attendono da dieci anni un luogo adatto per lo stoccaggio definitivo. Nel resto d'Europa si chiudono gli inceneritori, in Italia si continua ad aprirne di nuovi, le discariche sono piene di rifiuti, le città sporche. Chi ci guadagna? Lo sfruttamento intensivo delle coltivazioni sterilizza i terreni, inquina e produce un cibo poco nutriente e con residui dannosi. Ma il modello alternativo esiste. Tre inchieste di Report indagano il tema ambiente da tre punti di vista differenti. A raccontarle le parole degli autori, che tra retroscena, smentite, esempi positivi e azioni concrete ci dimostrano che cambiare rotta si può, basta volerlo. Con un'appassionante prefazione di Miiena Gabanelli. Il DVD, di 180 minuti, contiene tre inchieste realizzate da Report. "L'eredità" di Sigfrido Ranucci, "L'oro di Roma" di Paolo Mondani e "II piatto è servito" di Michele Buono e Piero Riccardi. IL libro completa e aggiorna il DVD, ripercorrendo lo sviluppo delle inchieste, davanti e dietro le videocamere, con aggiornamenti e fuori onda. Milena Gabanelli firma la prefazione.
Le cose ci vengono incontro. E noi rispondiamo alla loro chiamata. Ma troppo spesso la nostra unica preoccupazione è quella di aver "ben inteso" che cosa sia quel che ci viene incontro. Una preoccupazione che ci guida anche in rapporto alle cosiddette opere d'arte. Si tratti di poesia, di arte visiva, di musica, ma si tratti anche di un'opera filosofica, o delle pagine di un testo religioso siamo tutti sempre istintivamente preoccupati di capire bene e non fraintendere. Facciamo di tutto per impadronirci del significato e di tenerlo ben a mente. Come se quest'ultimo fosse indipendente dal "modo" del suo presentarsi. E se fosse il caso di imparare a riconoscere, invece e innanzitutto, proprio il "ritmo" con cui l'essente sempre si fa esperire? D'altro canto, quello che siamo soliti chiamare "significato" non potrebbe neppure costituirsi, indipendentemente dal ritmo del suo manifestarsi; ossia, indipendentemente dalle movenze con cui si concede allo sguardo orizzontale dell'intelletto, costringendolo quasi sempre a bruschi volteggiamenti, sospensioni, curvature impreviste, andate e ritorni, obliqui attraversamenti. Troppo a lungo ci siamo accontentati di "comprendere" le cose dell'arte per il tramite di una catalogazione formale e stilistica, che ci ha consentito di rimuovere il fatto che l'opera si dà a noi, anche e innanzitutto, con un ritmo suo proprio e che forse proprio in quest'ultimo è custodito il suo enigma più profondo. (Con un contributo di Achille Bonito Oliva).
Come si alimenta la mafia? Quali le principali attività? Di quali aiuti e collaborazioni si avvale? Attraverso una ricca documentazione, che riporta, tra l'altro, anche numerose interviste e ordinanze-sentenze, l'Autore disegna una lucida radiografia del fenomeno "mafia"; ne evidenzia le caratteristiche, le attività di mantenimento e sviluppo; ne esplicita la cultura e i valori di cui è portatrice, mettendo in luce, di contro, le forze positive - come l'Associazione" Addiopizzo" - che operano nei più vari ambienti sociali per la promozione di una cultura della legalità. Un libro di denuncia forte e appassionata.
In cerca di petrolio e materie prime per nutrire un'espansione inarrestabile, Pechino si è lanciata alla conquista dell'Africa, che attendeva da troppo tempo una rinascita postcoloniale. E per i cinquecentomila cinesi che vi si sono riversati il continente nero è la promessa di un Far West del ventunesimo secolo. Alcuni hanno già fatto fortuna, altri vendono ancora paccottiglia ai bordi delle strade infuocate dei paesi più poveri del mondo. Per gli africani è forse l'evento più importante dei loro quarant'anni d'indipendenza. I cinesi non assomigliano agli ex coloni. Seducono i popoli perché costruiscono strade, dighe e ospedali, e i dittatori perché non parlano di democrazia o trasparenza. Lungo le ferrovie dell'Angola, nelle foreste del Congo e nei karaoke in Nigeria, Serge Michel e Michel Beuret, insieme al fotografo Paolo Woods, hanno percorso quindici paesi sulle tracce dei cinesi arrivati in Africa e di un nuovo mondo abitato da imprenditori pionieri e lavoratori sfruttati, da progresso e contraddizioni. Dalle campagne impoverite nel cuore della Cina alle poltrone in cuoio dei ministri africani, gli autori ci raccontano l'avventura dei cinesi partiti per costruire, produrre e investire in una terra che per l'Occidente è ormai condannata a ricevere solo aiuti umanitari.
In un mondo dagli equilibri stravolti e diviso non più tra Oriente e Occidente o tra Nord e Sud, ma tra paesi dominati dal risentimento e paesi dominati dalla paura, è necessario riprendere in mano la riflessione sulla possibile convivenza con il diverso: l'altro, che provenendo da una cultura differente finiamo per classificare semplicemente come "barbaro". L'Europa, in particolare, oggi preda della paura nei confronti dell'islam, rischia di reagire in modo violento, provocando un duplice paradosso: da una parte "la paura dei barbari rischia di trasformare noi stessi in barbari"; dall'altra "rende il nostro avversario più forte e noi più deboli". Attraverso una riflessione che ripercorre la storia della cultura europea, Tzvetan Todorov chiarisce le nozioni di barbarie e civiltà, di cultura e d'identità collettiva, per interpretare i conflitti che oppongono oggi i paesi occidentali e il resto del mondo. Una lezione magistrale di storia e di politica, una vera e propria cassetta degli attrezzi per decifrare la reale posta in gioco del nostro tempo.
In un'Internet di massa, trovare ciò di cui si ha bisogno è sempre più difficile, ma ancor più difficile è valutarne l'attendibilità. È il prodotto dell'ideologia del Web 2.0 - quello di blog e social network - che preconizza la scomparsa degli intermediari dell'informazione, dai giornalisti alle testate di prestigio, dai bibliotecari agli editori, presto sostituiti dalla swarm intelligence, l'intelligenza delle folle: chiunque può e deve essere autore ed editore di se stesso. Il 'mondo Web 2.0', dove nessuno è tenuto a identificarsi e chiunque può diffondere notizie senza assumersene la responsabilità, realizza davvero un sogno egualitario, o piuttosto un regno del caos e della deriva informativa?
Riceviamo e volentieri pubblichiamo dall'autore:
"I giovani italiani fuggono. A migliaia. Da qualche tempo la fuga comincia persino in università: Almalaurea stima che siano 40mila quelli emigrati a cercare miglior fortuna nei chiostri accademici stranieri, forse per scappare da uno dei Paesi che meno investe (dati Ocse) nella formazione superiore. Un Paese che investirà ancor meno in futuro, se certi tagli dell’attuale Governo si tradurranno in realtà.
Meno quantificabile invece -ma sotto gli occhi di tutti- il fenomeno dell’emigrazione dei giovani professionisti dal Belpaese.
Partono ogni anno a migliaia. Non si tratta solo di ricercatori. Ci sono anche uomini d’impresa, architetti, avvocati, ingegneri, musicisti, giornalisti, medici… e chi più ne ha più ne metta. Scappano da un Paese che non è Europa, fuggono da un sistema che non privilegia abbastanza il merito e le competenze, ma preferisce puntare su raccomandazioni e cooptazioni. Non è un caso se il canale “relazionale”, secondo diversi sondaggi, risulta ancora quello vincente, in Italia. E la selezione per merito? Forse troppo “europea” per un microcosmo provinciale quale è quello del Belpaese. I giovani ne risentono: secondo il Cnel, in Italia solo il 6,9% dei dirigenti, il 12,3% dei quadri, il 15% degli imprenditori e il 22% dei professionisti sono “under 35”. Un “under 30” guadagna in media 22mila euro l’anno, quasi ottomila in meno rispetto a chi ha tra i 50 e i 60 anni. L’11,9% dei medici ha meno di 35 anni, così il 7,4% dei docenti universitari. 63 giovani lavoratori su 100 ricevono ancora un aiuto economico dai genitori.
Chi non ha tempo e voglia di mettersi in fila, di aspettare l’occasione professionale della vita una volta varcata la “giovane” età di 45 anni, compra un biglietto e se ne va: invia un certo numero di curriculum, ottiene (che novità!) un certo numero di risposte, affronta tot. colloqui e selezioni, conclusi i quali ottiene il sospirato lavoro, adeguato alle sue competenze e alle sue aspettative retributive. Questa è Europa. Questo avviene nel mondo civilizzato.
Intanto, in Italia imperano i lavori sempre più precari e malpagati, le file infinite per ottenere un posto di responsabilità, le umiliazioni subite -vedendosi sorpassare a destra- da raccomandati, cooptati ed arrivisti sociali. Tutto ciò costituisce la rappresentazione più bieca del “terzo mondo” italiano. Che impone ai suoi giovani una scelta: o accettare la frustrazione continua, quotidiana e senza speranza, o emigrare.
Anche per questo i giovani di talento sono sempre più in movimento: hanno abbattuto ormai da tempo il concetto di “frontiera”. Scappano, nella maggior parte dei casi per non tornare più. “It’s in my backyard and in your backyard”: non è solo un problema di ricercatori “scienziati pazzi” e delle loro famiglie, ancora dubbiose sulla strada intrapresa dal proprio figlio o figlia.
Riguarda anche tuo figlio, lo stesso che tra mille sacrifici hai fatto studiare cinque anni in università, facendogli seguire un indirizzo che credevi (per l’appunto, credevi…) gli potesse garantire un futuro. Ma ora scopri che il suo 110 e lode non basta.
E’ un’emergenza nazionale: non è un Paese per giovani, si dice spesso. Ed è maledettamente vero.
Il libro “Fuga dei Talenti” (edizioni San Paolo) e il blog (http://fugadeitalenti.wordpress.com) denunciano questa situazione ormai inaccettabile, attraverso le storie personali di 27 giovani che hanno lasciato il Paese più gerontocratico e immeritocratico dell’Europa occidentale."
Sergio Nava
«La situazione attuale è equivalente al fatto che tre delle nostre maggiori università lavorano solo per formare competenze che vengono poi utilizzate esclusivamente da Paesi stranieri».(Rapporto Italiani nel Mondo 2006). «Il nostro è un sistema interamente basato sullo scambio di potere. Un sistema dal quale i giovani sono tagliati fuori, perché non hanno nulla da offrire, al di fuori del proprio talento». (Oscar Bianchi, musicista e compositore italiano,33 anni,emigrato a New York). Mal di merito(Giovanni Floris,2007) vi ha insegnato che,in Italia,i migliori finiscono spesso dietro la porta.Passano – quasi solamente – i raccomandati e i “figli di”. Meritocrazia(Roger Abravanel,2008) ve ne ha scientificamente dimostrato il perché. Mediocri (Antonello Caporale, 2008) ha scoperto che esiste persino una formula matematica in grado di escludere i migliori dalle leve di comando. La fuga dei talenti vi spiega dove finiscono i nostri migliori cervelli e talenti, quelli che avrebbero potuto risollevare – per davvero – le sorti di questa nazione.Attraverso le storie di ventisette ricercatori, professori universitari, artisti, uomini d’impresa, architetti, ingegneri, medici, giornalisti, funzionari europei e avvocati (tutti finiti all’estero),La fuga dei talenti è un viaggio-denuncia nell’emigrazione dei giovani di talento, costretti a lasciare ogni anno e a migliaia il Paese più clientelare e immeritocratico dell’Europa occidentale.Un viaggio tra le “vittime collaterali” della “non meritocrazia” italiana. Un libro che qualsiasi giovane dovrebbe leggere,prima di decidere cosa fare da grande.E dove farlo.
AUTORI Sergio Nava,giornalista,classe 1975,lavora dal 1999 a Radio 24 e Il Sole 24 Ore,dove si occupa di notizie dall’estero,in particolare dall’Unione Europea.Per Radio 24ha condotto programmi radiofonici e coperto summit internazionali.Ha lavorato,come giornalista o portavoce,in Francia,Germania,Inghilterra e Irlanda.Ha pubblicato presso le Edizioni San Paolo:Veronica Guerin. Una giornalista in lotta contro il crimine(2003).