Quando si parla di democrazia, in senso empirico, occorre intendersi: non c'è una sola "democrazia", ma ce ne sono molte. Nessuna è superiore all'altra per definizione. Questo manuale non è un libro sulla democrazia, sul piano teorico, ma sulle democrazie, cioè su come funzionano, come sono organizzate e governate, in cosa differiscono tra loro. L'autore prende in esame solo le democrazie consolidate, ovvero da tempo stabilmente democratiche: si occupa dunque delle ventitré democrazie occidentali, più il Giappone e l'Unione Europea nel suo complesso. Dallo studio delle diverse soluzioni adottate, emerge come le più importanti democrazie della contemporaneità siano strutturate secondo tre grandi modelli: democrazie competitive, ovvero basate sull'alternanza di governo; consensuali, basate sull'aggregazione al governo di diverse opzioni politiche; composite, basate sull'equilibrio tra istituzioni separate. Fabbrini passa in rassegna le democrazie contemporanee nei loro tre principali livelli di organizzazione: quello dei sistemi elettorali e dei partiti, dei sistemi di governo e della distribuzione territoriale del potere. L'ottica comparata in cui viene svolta l'analisi consente di capire le modalità concrete attraverso cui una democrazia differisce dalle altre, e di risalire alle cause storiche di queste divergenze.
Tutto comincia quando un mercante armeno propone all'Università di Milano di esaminare un papiro di circa 2,5 metri alto 32,5 centimetri. Il documento contiene, oltre a cinque colonne di un testo greco, sul lato recto una mappa geografica, ritratti di volti e disegni di varie parti del corpo umano; sul verso una quarantina di figure animali. Il reperto sarebbe stato rinvenuto dal mercante in una mummia, con altri frammenti di papiro di epoca neroniana. Il reperto è datato alla metà del I secolo d.C. e il testo è identificato come parte della perduta Geografia di Artemidoro di Efeso. Acquistato da una Fondazione, il papiro diventa il cuore di una grande mostra allestita a Torino nel 2006 e l'improvvisa apparizione del papiro suscita clamore nell'ambiente degli studiosi di testi antichi e degli storici dell'arte. Peccato, sostiene Luciano Canfora, che si tratti di un clamoroso falso. Troppe informazioni non combaciano nella teoria delle "tre vite del papiro di Artemidoro" elaborata dagli studiosi: il testo appare di epoca più tarda rispetto alle datazioni ufficiali e l'intero reperto riporta grossolani errori sintattici e di contenuto. Dinanzi a quale prodotto ci troviamo? Uno spezzone di un'opera perduta che riutilizza giustappunto quel poco che già se ne conosceva? O è la creazione di un geniale inventore moderno? Il principale indiziato è Constantinos Simonides, greco di nascita e appassionato di pittura non meno che di geografia antica, falsario di fama nell'Europa ottocentesca.
Odo Marquard è tra gli studiosi del Novecento che hanno riflettuto sulla tribunalizzazione della storia, svelandone i meccanismi. Le sentenze del "tribunale della storia" non possono che essere assolutorie per l'umanità nel suo insieme e in realtà svolgono la funzione di liberare gli uomini dal fardello della colpa, esonerandoli da ogni altra riflessione. Con l'Illuminismo l'uomo ha preso il posto di Dio: questo comporta che anziché accusare Dio del male del mondo e mostrarne le compensazioni, l'uomo si accusa e si assolve di un male ormai suo, trovando le vie di fuga. L'estetica, l'antropologia filosofica e la filosofia della storia diventano cosi strumenti per questo irrinunciabile esonero dell'uomo dal ruolo di accusato per definizione. Il secondo Novecento vede le ricadute e le ombre di questo processo nel concreto lavoro storico, all'ombra del grande spartiacque della Shoah e a valle dei processi di Norimberga. Nell'altro saggio che compone il volume, Alberto Melloni racconta come questa dimensione del tribunale della storia sia entrata sempre più profondamente nella pratica storico-critica della seconda metà del secolo scorso. Insidiata dalla memoria e in lotta con essa, la storia è diventata oggetto di leggi non sue: le leggi penali che sono intervenute laddove la fragilità dell'operazione conoscitiva sembrava debole rispetto al male compiuto. Ma anche le leggi della comunicazione mediatica, che hanno reso l'opinione pubblica presenza ingombrante e ineludibile.
II volume ripercorre le vicende e le dinamiche, i contrasti e le trasformazioni attraverso le quali l'Italia, tra i secoli VI e XI, assunse un aspetto fisico, un'articolazione geopolitica, una fisionomia socio-economica che avrebbe mantenuto per molti secoli a venire. Nella sua ricostruzione, Cammarosano mette in luce i rapporti che intercorrono tra avvenimenti politico-militari e trasformazioni sociali, e illustra le alterne fasi di divisione e ricomposizione che segnarono profondamente la società italiana medievale. Incontro fra tradizione romana e nuova cultura germanica; rapporto gerarchicamente sempre più diseguale tra maschi e femmine; quelli, al contrario in via di riequilibrio, tra padri e figli e tra padroni e servi; quello, decisivo per i destini della civiltà medievale, tra un mondo cristiano in irresistibile ascesa e una tradizione pagana in via di sparizione: sono questi i contrasti fondamentali che consentono di capire il modo in cui l'Italia antica, cuore del mondo romano, si è trasformata e ha partecipato al formarsi dell'Europa medievale.
Il volume si divide in due parti in cui gli autori, partendo da un presupposto comune (una filosofia politica liberale deve trovare una continuità con il suo retroterra etico), sviluppano l'analisi filosofica in maniera parallela e indipendente. Dworkin, studioso americano, formula un originale modello di teoria morale basato sulla nozione di "sfida", che caratterizza, a suo avviso, il liberalismo etico. Maffettone affronta il problema centrale del liberalismo critico, la questione della compatibilità tra pensiero etico-politico normativo e pluralismo delle visioni del mondo.
Una guida alla comprensione delle ragioni dell'eccesso di pressione esercitata dagli esseri umani sulla biosfera. Una storia complessa, con una trama fitta e inaspettata che arriva fino a oggi. Che cosa ha portato le società del nostro tempo a minacciare, con il loro carico di veleni e il consumo crescente di risorse, la sopravvivenza degli esseri viventi che popolano il pianeta? Non c'è dubbio che i problemi che abbiamo di fronte non sono il risultato di processi recenti. All'origine ci sono cause più o meno remote. Come siamo arrivati sin qui?
Come il cristianesimo si è integrato nelle città dell'impero romano, come ha modificato il vivere civile, quali forme associative ha assunto, in che modo ha usato e innovato le strutture della parentela, quali conflitti ha scatenato, in uno studio che ha fatto scuola.
La Valle dei Belice è una distesa di rovine quando la famiglia Susani vi si trasferisce per vivere in una baraccopoli. I genitori di Carola, che all'epoca ha solo quattro anni, lavorano alla ricostruzione insieme al gruppo del Centro Studi e Iniziative Valle Belice, nato da una scissione del Centro Studi di Danilo Dolci. Questa è la memoria di quell'esperienza, racconto di un viaggio, minima ricostruzione di storia orale e un po' anche romanzo. Nel libro ci sono le rovine, c'è Danilo Dolci e il lavoro che con il suo gruppo faceva da molto prima del terremoto, c'è l'infanzia nelle baracche alla Comune che affiancava il Centro studi, tra amici mai smarriti, tetti che si scoperchiano, leggende spaventose di maiali che divorano i morti; ci sono le persone che si raccoglievano intorno al Centro, ci sono anche minacce e intimidazioni mafiose, misteriosamente compaiono anche Bettina e Regine, le figlie di Ulrike Meinhof. E qualcosa viene fuori dell'onda lunga del Sessantotto e dei suoi contraccolpi.
Credevamo che nella modernità saremmo riusciti a lasciarci alle spalle le paure che avevano pervaso la vita in passato; credevamo che saremmo stati in grado di prendere il controllo della nostra esistenza. "Noi, uomini e donne che abitiamo la parte "sviluppata" del mondo (la più ricca, la più modernizzata), siamo "oggettivamente le persone più al sicuro nella storia dell'umanità". Lo siamo contro le forze della natura, contro la debolezza congenita del nostro corpo, contro le aggressioni esterne. Eppure proprio noi che godiamo di sicurezza e comfort senza precedenti, viviamo in uno stato di costante allarme. Questo nuovo libro di Zygmunt Bauman è un inventario delle nostre paure. È il tentativo di scoprirne le origini comuni, di esaminare i modi per disinnescarle e aprirci gli occhi sul compito con cui dobbiamo confrontarci se vogliamo che domani i nostri simili riemergano più forti e sicuri di quanto noi siamo mai stati.
"Esistenza": è difficile pensare che si possa spiegare in che cosa consista l'esistenza, o a che cosa equivalga esistere. Semmai ci si può chiedere che cosa significhi dire che qualcosa esiste. Quando si dice che un certo oggetto è rosso, si sta attribuendo a quell'oggetto una certa proprietà, e quando si dice che un oggetto non è rosso si sta negando che l'oggetto abbia la proprietà in questione. Ma che cosa significa dire che quell'oggetto esiste? E che cosa mai potrebbe significare affermare che non esiste? "Persistenza": l'esperienza del mondo si basa sulla certezza che le cose che lo abitano persistano nel tempo. Eppure non c'è qualcosa di paradossale in questa certezza? Al trascorrere del tempo le cose cambiano. Come può qualcosa cambiare e ciò nonostante conservare la propria identità? Sono due esempi delle introduzioni di Achille Varzi ai sei capitoli tematici di questo volume che raccoglie i testi più autorevoli - molti dei quali tradotti qui per la prima volta - dei filosofi più influenti degli ultimi decenni.
"In Italia Garibaldi e Dante hanno sempre ragione: di loro non si può parlar mai male; e almeno per il primo dei due, ciò è passato in proverbio. Neppure noi qui parleremo male di Dante. Non accrediteremo però su di lui pie leggende: ciò è dovuto alla verità e alla storia". Il Dante di Corni, che tiene conto di una eccezionale mole di fonti, scioglie miti consolidati da secoli di tradizione. Basti pensare all'esilio, che ha suscitato tanta solidale simpatia ma di cui sono state trascurate le ragioni intrinseche e storiche. O il mito dantesco dell'Impero, sostenuto al di là di ogni conveniente ragione pratica. La stessa Beatrice, ben lungi dall'essere l'oggetto purissimo di un amore preraffaelita, è uno strano miscuglio di passione fisica e trasposizione teologica privata.
Uno dei più raffinati storici italiani del teatro offre con grande chiarezza una panoramica completa di tutto ciò che ha fatto spettacolo dalle origini ai giorni nostri: dalle performance del giocoliere alle processioni religiose e civili, dai mimi e i giullari ai comici dell'arte, dal teatro di prosa alla danza, dall'Italia e dall'Europa all'Oriente.