Nel 1219, nel quadro della quinta crociata, Francesco d'Assisi lascia l'Italia per andare in Egitto a incontrare il sultano Malik al-Kâmil. È un faccia a faccia misterioso su cui storici, teologi, artisti e scrittori non hanno mai smesso di interrogarsi: ricerca del martirio? ingenuo atto di audacia? risultato estremo di una volontà di proselitismo o modello esemplare di dialogo interreligioso? Dalle esaltazioni agiografiche dei primi biografi alle interpretazioni attualizzanti di Benedetto XVI, dagli affreschi della basilica di Assisi alle incisioni di Gustave Doré, John Tolan segue l'intricato arabesco che il racconto del "santo dal sultano" ha descritto nel corso dei secoli e spiega come quel bizzarro episodio di storia sia venuto lentamente trasfigurandosi in un immortale "luogo della memoria", emblematico ritratto delle paure e delle aspettative che sempre accompagnano il difficile confronto fra Europa cristiana e Oriente musulmano.
Il termine "populismo", nella sua accezione moderna, nasce poco più di un secolo fa con l'americano People's Party, il "Partito del Popolo". Ma la "tesi" populista è di gran lunga più antica e la si ritrova, in coda alla Rivoluzione francese, nelle ricette reazionarie della destra portavoce della nobiltà e del clero. Da allora se ne sono registrate numerose varianti, accomunate da un elemento ricorrente: il tribalismo implicito dei contenuti. Nicolao Merker va alla ricerca degli "antenati" del populismo moderno, ne ripercorre i momenti salienti in Occidente e lo incontra nelle idee di insospettabili pensatori, filosofi e intellettuali, da Hegel a Heidegger, da Mazzini a Gioberti.
È innegabile. Chi vive oggi, tra il XX e il XXI secolo, affronta più di un disagio nel rapportarsi alla morte. Lo spaesamento nella relazione con chi ha subito una perdita, l'imbarazzo a visitare un amico morente, il terrore di arrivare alla fine della vita non autosufficienti sono tutti indizi del fragile rapporto tra noi e l'idea della morte. Marina Sozzi rilegge la 'rarefazione' della nostra cultura funebre alla luce delle categorie antropologiche, ne ricerca le ragioni storiche e indaga i modi in cui la società è comunque riuscita a far fronte al trauma della morte, chiamando in soccorso 'supplenti' d'emergenza: la medicina, che si è presa cura dei morenti negli ospedali, la psicoanalisi e la psicologia, che hanno costruito il paradigma del 'lavoro del lutto'.
"I paesi dell'Ocse, per dirla in modo molto diretto e sbrigativo, hanno raggiunto un livello di sviluppo in cui le opportunità economiche dei loro cittadini mettono capo a scelte drammatiche. Per restare competitivi in un mercato mondiale in crescita devono prendere misure destinate a danneggiare irreparabilmente la coesione delle rispettive società civili. Se sono impreparati a prendere queste misure, devono ricorrere a restrizioni delle libertà civili e della partecipazione politica che configurano addirittura un nuovo autoritarismo. O almeno questo sembra essere il dilemma. Il compito che incombe sul primo mondo nel decennio prossimo venturo è quello di far quadrare il cerchio fra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica. La quadratura del cerchio è impossibile; ma ci si può forse avvicinare, e un progetto realistico di promozione del benessere sociale probabilmente non può avere obiettivi più ambiziosi." Ralf Dahrendorf, 1995.
Sarà anche vero, come dicono in tanti, che l'italiano si sta imbarbarendo, che gli incolti lo inquinano, che l'inglese lo corrompe, che i giornali lo sviliscono e la televisione lo umilia, ma non c'è al mondo esercito più feroce e agguerrito di quello che presidia a colpi di penna rossa la frontiera che separa l'italiano 'buono' da quello 'cattivo'.
«La 'giustizia' complessiva realizzabile nel sistema costituzionale è il prodotto del massimo di integrazione possibile tra eguaglianza e libertà»: una concezione integrata dei due princìpi e non più una opposizione reciproca secondo la quale a più libertà corrisponderebbe meno eguaglianza e viceversa. Questa la nuova sfida che il costituzionalismo lancia ai detentori del potere.
Se si guarda al teatro come a un fiume, la sua corrente non è solo quella della produzione e del commercio degli spettacoli. C'è anche un'altra corrente, quella del teatro come rivolta, lavoro su di sé, mondo a parte. La prima corrente è talmente forte che quasi sempre fa sparire la seconda, ma talvolta le acque si mischiano e il teatro diventa 'in stato d'invenzione'. Movimento, processo, corpo: le parole con le quali si esprime devono inventare un nuovo senso. Esemplare in tal senso è l'esperienza novecentesca. Franco Ruffini introduce ai tre maestri indiscussi di quel teatro e alle loro utopie, dal 'divino movimento' di Edward Gordon Craig, al 'processo interiore' dell'attore nell'opera di Jerzy Grotowski, al 'corpo senz'organi' di Antonin Artaud.
Il carcere è un mondo immerso nella società, ma è anche un'istituzione sempre pronta a ripararsi dagli sguardi estranei, nascondendosi dietro le mura di cinta. Un'istituzione che si trasforma, ma che rivela anche un'impressionante continuità nei meccanismi che dominano il suo funzionamento quotidiano, nella sua materialità fatta di sbarre, cancelli e camminamenti di ronda. E per questa ragione che sin dalle pagine introduttive di questo volume il lettore è gettato in modo forse irriguardoso tra celle e sezioni, 'domandine', 'infami' e cortili dell''aria'. Già il titolo in verità lo ha proiettato dietro le sbarre: nel gergo carcerario i 'camosci' sono i detenuti, i 'girachiavi' sono gli agenti di custodia. Da questo inusuale e scomodo punto di vista, utilizzando fonti in gran parte inedite, Christian G. De Vito guarda ad alcune pagine centrali della storia politica e sociale italiana. Dagli istituti penitenziari osserva la fase conclusiva della Seconda guerra mondiale e il dopoguerra, racconta un miracolo economico sfocato perché vissuto da dietro le sbarre, segue la trasformazione del sistema carcerario sotto la spinta della contestazione post-1968 per addentrarsi poi negli anni di piombo e negli anni Ottanta e rivivere le più recenti trasformazioni legate ai flussi migratori globali e alle politiche fondate sulla sicurezza.
Giuseppe Galasso evoca, nel quadro della grande storia europea e mediterranea, un'epoca cruciale per il Mezzogiorno, dalla divisione dell'Italia in aree longobarde e in aree bizantine alle pressioni e interferenze arabe, pontificie e germaniche fino alla grande storia della monarchia normanna e sveva. In un ampio affresco, la perenne dialettica tra logiche interne e chiusure o aperture, mediazioni o adattamenti all'esterno, iniziative e passività, successi e fallimenti mette in luce la cifra, la specificità e il ruolo storico del Mezzogiorno in quei secoli, e oltre.
Se i concetti non esistessero, la nostra mente non potrebbe cogliere (e ricordare) ciò che gli oggetti delle nostre esperienze hanno in comune. In queste pagine, filosofia e psicologia cognitiva concorrono a tracciare la natura del nostro ragionare.
Siamo gli unici animali capaci di comporre gli odori per creare un profumo, di apprezzarne gli attributi estetici, di identificare e descrivere verbalmente le qualità aromatiche di un vino o di una pietanza. Eppure l'olfatto, confinato nell'ambito delle emozioni proprie della vita animale, ritenuto cognitivamente inefficace e distante dal linguaggio, è stato a lungo vittima (almeno in Occidente) di un doppio pregiudizio - biologico e culturale - che lo ha escluso dall'attenzione e dallo studio di filosofi e scienziati. In queste pagine Rosalia Cavalieri spiega, da un lato, come e quanto la nostra esperienza di animali linguistici dalla mentalità visivo-uditiva sia (più o meno consapevolmente) influenzata dagli odori; dall'altro, come per noi umani l'atto dell'annusare implichi un vero e proprio processo di conoscenza. Articolato in tre capitoli, il volume offre uno sguardo interdisciplinare sul tema dei meccanismi dell'olfatto e attinge ai contributi di biologia, psicologia, neuroscienze, zoosemiotica, etologia, antropologia, etnolinguistica.
"II dovere di un capitalista moderno è di assicurare al proprio Paese il massimo di occupazione compatibile con la competitività, nell'interesse dell'equilibrio dei conti economici nazionali e della bilancia commerciale. Di questi valori il capitalista deve sforzarsi di essere garante e queste sono le cose alle quali ho sempre cercato di essere fedele." Pungolato dalle domande di Arrigo Levi, Giovanni Agnelli esprime senza reticenze e senza cortine diplomatiche le sue idee sui temi fondamentali dell'industria, dell'economia, della finanza e della politica italiana. Ne emerge il ritratto di un grande imprenditore, colosso della vecchia guardia, che a soli venticinque anni e all'indomani della seconda guerra mondiale si è ritrovato catapultato ai vertici della Fiat e l'ha portata a diventare il primo gruppo industriale d'Italia. Il suo racconto ripercorre la storia dell'azienda - e più in generale dell'industrializzazione nel nostro Paese - dal boom del 1910-15 sino primi anni Ottanta, con l'introduzione pionieristica dei computer in fabbrica. Il risultato è un libro ancora oggi capace di affascinare il lettore, sia per l'eccezionalità del narratore (solitamente assai misurato nelle sue esternazioni pubbliche), sia per la rarità del punto di vista: Giovanni Agnelli ci apre uno spaccato della sua "fabbrica" dall'interno, dalla parte del vecchio padrone che si trasforma progressivamente in moderno imprenditore di respiro internazionale.