Sono anni che Annabel Abbs soffre d’insonnia: per lei però l’invincibile veglia è il punto di partenza di un viaggio straordinario. Dal Sussex al Polo Nord, dalla Manica a Singapore, Abbs lascia il suo letto per girare il mondo in compagnia delle parole e delle opere di artiste, scrittrici, filosofe e attiviste che nelle tenebre hanno trovato coraggio, ispirazione e indipendenza. "Mai fidarsi delle donne insonni" è un’irresistibile passeggiata al chiaro di luna che ci fa riscoprire la notte come momento di riflessione e libertà: non preparazione al giorno ma tempo dalle infinite possibilità. Di notte siamo persone diverse. Il battito cardiaco diminuisce, il metabolismo rallenta, i muscoli si rilassano, la temperatura corporea scende, produciamo ormoni specifici. E, di solito, dormiamo. A meno che non soffriamo d’insonnia, come Annabel Abbs, che sin da piccola è abituata a passare le notti in bianco. E che perciò quando nell’inverno del 2020 viene travolta da una serie di lutti improvvisi sa che l’insonnia a cui era abituata si aggraverà. È preparata a girarsi e rigirarsi nel letto. Spera solo che i farmaci l’aiutino a conquistare almeno qualche ora di sonno discontinuo. Invece tutto cambia, e Abbs si trova catapultata in un viaggio inatteso, che un tempo l’avrebbe terrorizzata: «un viaggio che non ho scelto: mi è capitato». All’improvviso, Abbs comincia ad aspettare con trepidazione la solitudine e il silenzio notturni che le consentono di stare sola con i propri pensieri, elaborare il lutto senza dissimulare il dolore. Dapprima prende in esame le teorie di neurologi, scienziati, progettisti illuminotecnici, ma presto capisce che non le basta. Così decide di alzarsi dal letto, uscire di casa, e incontrare di persona le creature delle tenebre: falene, pipistrelli, lucciole, pesci fluorescenti. Ma soprattutto artiste, scrittrici, attiviste; da Virginia Woolf a Georgia O’Keeffe, da Jean Rhys a Louise Bourgeois, e poi Mary Webb, Laura Cereta, Lee Krasner. «Tessitrici notturne», che nella notte hanno vissuto, creato, sperimentato. È l’inizio di un’avventurosa esplorazione in cui Abbs assapora l’eterna oscurità del Polo Nord, s’immerge nelle acque gelide del Canale della Manica, dorme all’addiaccio nelle foreste, osserva l’aurora boreale dal ponte di una nave, percorre in lungo e in largo i litorali del Sussex con un unico, fedele compagno: il Sé Notturno. Una controfigura chimicamente alterata, emotivamente potenziata, tutt’uno col proprio corpo e la propria mente. Un alter ego più fantasioso, più disobbediente, più rabbioso, più irrequieto. È proprio questo che Abbs consegna alle donne: un invito a indagare la faccia nascosta della luna, del buio, del sé. E agli uomini, un consiglio: «mai fidarsi delle donne insonni».
Incontrare un maestro è incontrare una luce e un’onda. Dieci anni dopo “L’ora di lezione”, Recalcati ritorna sul grande tema della Scuola. Ogni maestro è una luce e un’onda nello stesso tempo: è una luce perché allarga l’orizzonte del nostro mondo sospingendoci verso la necessaria soggettivazione del sapere; è un’onda poiché incarna l’impatto dell’allievo con qualcosa che resiste, con una differenza che non può essere pareggiata e che, proprio per questo, ci costringe a trovare un nostro stile singolare: quello che è stato scolasticamente acquisito deve essere ripreso in modo singolare, riaperto, reinventato. Se questi due movimenti del maestro non sono attivi, il sapere si devitalizza. Poi c’è il grande capitolo della Scuola al quale questo libro dedica molta attenzione. Come è possibile conservare nel suo dispositivo istituzionale la grazia della luce e dell’onda? Come è possibile non ridurre la sua azione a quella di una trasmissione tecnica di saperi più o meno specializzati per salvaguardare invece il suo compito più ampiamente formativo che è quello di contribuire in modo decisivo a dare una forma singolare alla vita dei nostri figli?
Nel cuore del Novecento l’onda nera del nazifascismo ha rischiato di sommergere l’intera società europea. E non si è ancora del tutto ritirata. La lotta contro di essa resta incerta perché quei linguaggi, quelle immagini, quelle pulsioni c’interpellano direttamente. Riguardano non solo «loro», i fascisti, ma anche «noi». Soltanto riconoscendone l’inquietante latenza nella nostra esperienza, anziché illuderci di esorcizzarla con stanchi rituali, potremo sperare di smontare la sua macchina metafisica. Per quanto in forma aberrante, il fascismo ha sfidato la tradizione filosofica europea sul suo stesso terreno, rovesciando il significato dell’esistenza umana, della vita e della morte. Perciò, prima ancora che sul piano politico, è su di esso che gli va data una risposta. Sulla scorta di un confronto con alcuni dei massimi esponenti del pensiero, della psicoanalisi e della letteratura, da Bataille a Lévinas, da Freud a Schmitt, da Pasolini a Littell, questo libro propone un’interpretazione filosofica dell’evento storico più tragico dell’età contemporanea.
Il termine «interattività» si è imposto come una parola chiave dei nostri tempi grazie al crescente espandersi della rete e delle sue risorse nella nostra vita quotidiana. Ciò a cui fa riferimento, tuttavia, poggia su un’idea molto più generale e impegnativa: quella secondo cui la relazione interattiva in quanto tale esercita un primato rispetto agli elementi che vengono relazionati. Il modo in cui questo primato si fa valere, per di più, è sempre nuovo, le sue forme ci spiazzano, la sua creatività talvolta ci disorienta. Dei fondamenti dell’essere interattivo e delle sue tante varianti questo libro propone una ricognizione scandita in quattro movimenti. Il primo ne esamina le strategie di base: dagli espedienti che la vita biologica sa escogitare per conservarsi, evolvere e differenziarsi fino alle metamorfosi con cui l’interattività modella le dinamiche culturali tipiche degli esseri umani. Il secondo analizza la principale tra le tecnologie simboliche della nostra specie, il linguaggio verbale, e la sua capacità di generare prassi interattive che non sarebbero potute sorgere in sua assenza. Il terzo offre un’ampia rassegna della vocazione intimamente interattiva delle arti. Il quarto movimento, infine, prova a fare il punto sugli originali processi interattivi implementati dal digitale, aprendo un confronto spregiudicato tra le sue potenzialità liberatorie e le sue minacce regressive. Il quadro che ne deriva offre una motivazione coerente al fatto che il nostro tempo sembra più di altri destinato a rimodulare quella "vita activa", che per Hannah Arendt qualificava, in generale, la «condizione umana», come "vita interactiva".
Questo libro, frutto della collaborazione di un affiatato gruppo di specialisti, racconta la storia della filosofia moderna, dalle istanze che ne ispirano le origini umanistico-rinascimentali fino alle idee che animano i progetti speculativi dell’idealismo tedesco. Il canone, presentato con linearità e rigore, fa emergere dai grandi classici le principali questioni che, a distanza di secoli, ancora determinano il nostro modo di ragionare: a partire dalla relazione fra identità e autonomia del soggetto, dal riconoscimento dell’alterità e, in qualche misura, dalla stessa costruzione dell’alterità come problema. Indagare oggi gli aspetti antropologici, metafisici, epistemologici ed etico-politici della tradizione da cui proveniamo significa così ripensare un sapere che, come mai prima d’ora, si rivela complesso e attraversato da crisi, dialettiche e contraddizioni. Il volume si concentra sui testi principali del pensiero moderno, posti in un dialogo che favorisce lo sguardo genetico sulle grandi questioni filosofiche in gioco. Al centro della narrazione sono dunque le opere, presentate nei loro snodi teorici fondamentali.
«Inguaribile conservatore»: così l’amico Osorio definisce il centenario narratore di questo romanzo. Che da buon nostalgico, insieme a pochi altri «relitti» come lui, non poteva mancare alla manifestazione contro la chiusura del cinema Ideal, una delle ultime sale ancora attive a Madrid. L’evento si è svolto nell’indifferenza generale: del resto alle nuove generazioni non interessa la scomparsa di quel luogo obsoleto, insieme a musei, librerie, biblioteche, teatri. Ormai basta uno schermo per avere il mondo a portata di mano, e l’arte assume la forma di una meraviglia digitale. Appare lontanissima l’epoca in cui leggere un classico o ammirare un dipinto dal vero davano quell’appagamento profondo che il narratore rimpiange. Così come avverte la mancanza dell’ex moglie Carmencita, abbandonata per un folle amore passeggero. Sono queste, e tante altre, le riflessioni sul passato e sul presente in cui si perde l’anziano mentre, dopo la manifestazione, vaga alla ricerca di casa sua. Non gli è mai successo, ma ora proprio non riesce a ricordare l’indirizzo. Solo, smarrito, in preda alle terribili flatulenze di cui soffre da tempo, l’anziano passa e ripassa per strade e piazze che distingue a malapena, fermandosi ogni tanto su una panchina a riposare, intrappolato nel centro labirintico di una Madrid surreale, ma perfettamente riconoscibile. Si fa sempre più tardi, e si profila l’idea angosciante della notte all’addiaccio, e la mattina seguente il telefono che squillerà a vuoto quando Osorio chiamerà per il consueto controllo reciproco di esistenza in vita, e tutti quei venti che metterebbero a dura prova chiunque… Quali sorprese riserva ancora questa giornata complicata per lo smemorato narratore? Può forse mancare l’incontro con il destino?
«In questo libro, Enzo Bianchi, con la sua abituale profondità umana e intelligenza spirituale, mostra che la fraternità è la vocazione dell'umanità. Siamo tutti fratelli e sorelle in umanità, mortali ma con la consapevolezza di essere viventi per stare in relazione gli uni con gli altri. Il grande dono che possiamo accogliere è l'altro: vicino o lontano, conosciuto o sconosciuto, amico o nemico. Se ci mettiamo accanto, abbiamo sempre di fronte un fratello, una sorella, e sentiamo di avere un'unica vocazione: passare dal dire "io" al dire "noi", per vivere insieme» (Dalla prefazione di Papa Francesco).
Mentre l’Europa brucia nella follia della Seconda guerra mondiale, una voce si leva da un piccolo nascondiglio di un appartamento di Amsterdam: la voce di una ragazzina che non vuole arrendersi alla brutalità della persecuzione e che cerca di non perdere i propri sogni e le proprie speranze, affidandoli a un diario che diverrà famosissimo. La voce di Anne Frank, che non vuole dimenticare. E che non viene dimenticata. Un libro illustrato di narrativa per bambini dai 7 anni. Una storia per le giovani generazioni, per scoprire gli orrori della Storia e la forza, la passione e il coraggio di una ragazza. Età di lettura: da 7 anni.
La vita umana, quando perde il suo fuoco, è destinata a diventare fredda come la morte. Questa nostra epoca pare aver smarrito il fuoco. Quando tutto smette di avere senso, l'unica cosa che sembra delinearsi davanti a noi è trovare qualcosa che ci distragga da questa assenza di significato. Viviamo vite imprigionate in un eterno intrattenimento, ed è difficile dissentire da una società che pare ormai organizzata solo per creare esigenze di consumi e vendere. Ma se tutto questo a un tratto finisse? Se tutto il mondo che conosciamo crollasse lasciando solo macerie e rovine? Che ne sarebbe di noi? Cormac McCarthy (1933-2023), tra i più grandi scrittori americani contemporanei, ha messo in scena un racconto nel suo romanzo "La strada" che conduce a un ribaltamento dello sguardo. Persino il padre protagonista del racconto di McCarthy nel suo pessimismo cosmico riesce a conservare al fondo di se stesso un desiderio di felicità. È la vita di quel figlio l'olio della sua fiamma, il combustibile vero del suo fuoco. Le persone felici sono quelle che hanno trovato il tesoro nascosto. Non hanno nulla, secondo la logica del mondo, ma hanno un motivo, un fuoco e per questo hanno tutto.
Alla morte del padre, Peter e Ivan vedono sconvolto il precario equilibrio della loro esistenza. Nascono nuovi amori, esplodono vecchie ruggini, si creano inedite alleanze. E in questo interludio si intravede la vastità potenziale di ogni vita. A parte il fatto di essere fratelli, Peter e Ivan Koubek sembrano avere poco in comune. Peter è un avvocato di Dublino sui trent'anni - affermato, abile e apparentemente irreprensibile. Ma, ora che gli è morto il padre, prende farmaci per dormire e si barcamena con fatica fra due relazioni con donne molto diverse: il primo, imperituro amore, Sylvia, e Naomi, una studentessa universitaria per cui la vita è un'unica lunga barzelletta. Ivan è un campione di scacchi ventiduenne. Si è sempre considerato uno sfigato, un paria, l'antitesi del suo disinvolto fratello maggiore. Ora, nelle prime settimane dopo la perdita del padre, incontra Margaret, una donna più grande che esce da un passato turbolento, e rapidamente e intensamente le loro vite si intrecciano. Per i due fratelli in lutto, e per le persone da loro amate, si apre un interludio, un periodo di desiderio, disperazione e nuove prospettive - l'opportunità di scoprire quante cose un'unica vita possa contenere senza per questo andare in pezzi.
Pur nella sua friabilità e delicatezza, è uno straordinario potere che possiamo far nascere nella nostra interiorità: ci consente di capire che in ciascuno di noi luci e ombre si alternano, si mescolano, e anche che le ombre si diradano solo se sappiamo andare incontro agli altri con gentilezza e con delicatezza, con tenerezza e con amore. È un cammino di speranza, dunque, quello indicato dal maestro della psichiatria gentile in questo mirabile testo, consegnato all’editore poco prima di lasciarci. Conclude il libro un toccante ricordo di Vittorio Lingiardi, che scrive, tra l’altro: «Per Borgna la gioia è anche, basta averlo letto una volta per capirlo, l’incontro con le parole, o i silenzi, dell’altro che ci aiutano a dare un senso alla vita».
«Di storie ne servono molte, moltissime, per non diventare schiavi di un solo punto di vista». Michela Murgia ha scritto ogni giorno della sua vita senza mai smettere di chiedersi cosa è possibile cambiare, in sé e nel mondo, inventando storie. Raccontare, forse, era il suo modo preferito di pensare. Per questo i racconti raccolti in "Anna della pioggia" - scritti negli anni, magari letti una sera in una piazza e poi divenuti introvabili - sono pieni di luce, di vita e di idee. E restituiscono la voce mobile e folgorante di una delle più importanti scrittrici del nostro tempo. Anna corre solo quando piove, e correndo ragiona di lavastoviglie, soprammobili, pupazzi: tutto, pur di non affrontare direttamente ciò da cui davvero fugge. Assieme a lei, lo straripante catalogo di personaggi che animano questa raccolta di racconti include pastori laureati e portieri notturni, corridori scalzi e bambini che recitano in sardo mentre gli alleati bombardano Cagliari, terroristi, bracconieri, finanzieri, pescatori di polpi e persino piante, capaci di mettere in crisi le certezze di uomini spavaldi. Ci sono potenti voci di donne che prendono la parola per la prima volta: non solo Morgana, ma anche Elena di Troia, Beatrice Cenci che rifiuta l’autorità di un padre abusante e Odabella che sfida quella di Attila, re degli Unni. E ovviamente c’è Michela, che racconta di quando pestava l’uva nelle vendemmie della sua infanzia rurale, o di come le sue preghiere abbiano resuscitato una delle falene allevate insieme al fratello, o ancora del perché chiunque nasca su un’isola finisca per avere un’identità in frantumi. Queste storie, disseminate come gemme di un tesoro piratesco senza forziere, non sono mai state raccolte in un libro prima d’ora. Perché Michela Murgia le ha lette ad alta voce in scuole e teatri occupati, le ha raccontate a chi andava ad ascoltarla nei festival, le ha pubblicate in diari scolastici, cataloghi di mostre, addirittura nel programma di sala di un’opera lirica. Altre sono comparse nel suo blog, sono state trasmesse in radio o sono uscite su giornali locali. Altre ancora hanno circolato solamente tra le amiche e gli amici di Michela Murgia, come privati incantesimi letterari. "Anna della pioggia" propone una scelta ragionata di questi racconti ritrovati, insieme ad alcuni più noti. La cura - in tutti i sensi che si possono dare al termine - è di Alessandro Giammei, che ha lavorato filologicamente sull’archivio digitale lasciatogli da Michela Murgia. Il risultato è un libro nuovissimo, sorprendente, che ruota con una vitalità vertiginosa intorno ai temi cari da sempre all’autrice: la Sardegna dei miti e della politica coloniale, il potere delle donne, il lavoro, le identità queer, la malattia, i miracoli e le paure del nostro secolo. Perché Michela Murgia non ha mai smesso di essere tenacemente appassionata del mondo e dei modi che scegliamo per abitarlo, capirlo, contrastarlo e raccontarlo: lo testimonia anche la varietà di registri, toni e stili che si muovono carsici racconto dopo racconto. Consentendoci di riscoprire prima di tutto il prodigioso talento letterario dell’autrice di "Accabadora".