
La prima parte di "Enrico IV" lascia un'impressione di vitalità esuberante, di ardimento individuale (nei personaggi) e creativo (nell'autore). Tutt'altra impressione suscita la "Parte Seconda", che ha la stessa lunghezza di quella precedente, lo stesso numero di scene e la stessa struttura animata dagli stessi protagonisti. La differenza è che è rimasto un solo giovane, Hal, assente dal campo di battaglia, e i padri che si sono rattrappiti. Inoltre Shakespeare introduce altri due personaggi entrambi in là con gli anni: il Primo Giudice e il giudice di campagna Robert Shallow.
Primo romanzo di Pirandello, "L'esclusa" vive ancora di una sensibilità naturalistica, ma permeata da un gusto del derisorio e del grottesco che avrà importanti sviluppi nella narrativa e nel teatro successivi. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto di adulterio e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo i propositi dell'autore, pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, cifra peculiare della "filosofia" pirandelliana, istituisce una circolarità che tende a negare il percorso normale e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia al suo inizio: come se nulla fosse successo.
Spunti autobiografici conferiscono al romanzo una sorta di vigoroso e talvolta tumultuoso lirismo, cui fa da contraltare un realismo capace di cogliere la pena e l'angoscia del vivere. I due modi narrativi danno vita a una scrittura asciutta ed essenziale, a tratti violenta, che racconta la vicenda di un amore infelice e di una proprietà in rovina con una forte accentuazione delle tematiche psicologiche.
Umoristico antieroe della modernità, filosofo pazzo, il protagonista Vitangelo Moscarda narra la sua storia che, partendo dalla frantumazione della coscienza unilaterale, culmina in una sorta di santità laica coincidente con l'attività di una scrittura indirizzata al lettore da un "oltre" fuori della vita. Il volume fa parte della serie pirandelliana diretta da Nino Borsellino che firma l'ampia introduzione sulla vita e l'opera dell'autore. L'apparato critico introduttivo è completato da una bibliografia di Graziella Pulce.
Tutto il racconto è una fantasia nata dalla contemplazione del monumento gotico, quasi una trasposizione letteraria dei valori dell'architettura. L'autore mescola fatti storici e sentimento, mostri e fanciulle, bassifondi e cattedrali, in un vortice di avvenimenti incalzanti. E' la vicenda di una creatura bellissima (Esmeralda, zingara semplice e ingenua) contesa da un gobbo (Quasimodo, deforme campanaro di Notre-Dame) e da un prete innamorato (l'arcidiacono Frollo). Intorno a questi personaggi, che il sacrificio non riscatta alla fine, si agita la folla dei bassifondi parigini, tumultuosa, sarcastica e brutale.
La narrativa della Deledda, posta ora nella scia del verismo di Verga, ora accostata al decadentismo dannunziano, racconta di forti vicende d'amore, di dolore e di morte, nelle quali domina il senso religioso del peccato e la tragica coscienza di un inesorabile destino. Nella sua prosa si consuma la fusione carnale tra luoghi e figure, tra stati d'animo e paesaggio, tra gli uomini e la terra di Sardegna, luogo mitico e punto di partenza per un viaggio dell'anima alla scoperta di un mondo ancestrale e primitivo.
"L'immoralista" e "La porta stretta" sono due romanzi di ammirevole fattura stilistica che affrontano, da punti di vista differenti, lo stesso problema: nel primo l'esigenza di autorealizzazione di Michel e il suo nichilismo finiscono per uccidere la giovane moglie; nel secondo, Alissa percorre l'opposta strada della rinuncia e dell'ascesi spirituale fino ad annullarsi nella morte. La contraddizione tra le due opere rispecchia esemplarmente il conflitto interiore di Gide e il loro senso finale sembra essere che tanto l'immoralismo, quanto la virtù conducono alla dannazione dell'aridità. Saggiamente, lo scrittore rinuncia a risolvere il contrasto optando per l'ambiguità.
Nel 1916, ferito a un occhio e costretto a indossare una bendatura che lo condanna a una temporanea cecità, D'Annunzio scrive il "Notturno" "con il capo riverso, un poco più in basso dei piedi"; per farlo si affida a sottili striscioline di carta, le "liste sibilline", poi raccolte, risistemate e pubblicate nel 1921. L'opera - spiega Elena Ledda nella prefazione -"sembra fondata su una sorta di sovrapposizione fantastica e allucinatoria di tre piani temporali che vicendevolmente si scambiano: il presente della scrittura e della malattia, il passato recente degli episodi di guerra, il passato remoto dei ricordi d'infanzia, della terra d'Abruzzi e della madre. E pochi ma essenziali sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa questa narrazione frammentata: la morte, la guerra, la cecità, la donna".
"Mio padre non me lo ricordo. Morì quando avevo due anni. Mia madre si sposò un'altra volta. Questo secondo matrimonio le portò molte amarezze, benché fosse stato fatto per amore. Il mio patrigno era un musicista. Ebbe un destino assai singolare: fu l'uomo più strano, più meraviglioso ch'io abbia mai conosciuto." Inizia così "Netocka Nezvanova", qui proposto nella traduzione di Igor Sibaldi, con introduzione e prefazione di Fausto Malcovati.
Ambientato a Cartagine, il romanzo alterna tinte cupe e squarci luminosi animando storie di amori e di guerre, di orrori e passioni, di magie e di superstizioni. E sopra a tutto campeggia la vicenda della vergine sacerdotessa Salambò, promessa sposa del guerriero Narr'Havas, e del suo misterioso rapporto con Matho, il ladro del sacro velo, talismano della potenza di Cartagine. Quando il velo sarà tornato al tempio, Cartagine salvata, la vittoria celebrata e Matho portato al supplizio davanti a Narr'Havas e Salambò, lei fisserà lo sguardo negli occhi morenti e senza una parola morirà insieme a lui.
Spirito eclettico, sensibilità vibratile e inquieta, Nodier ha dato un notevole contributo, ricco di implicazioni drammatiche, alla letteratura fantastica, sintetizzando nella sua scrittura le polarità di un'epoca già romantica nel temperamento, ancora classica nel gusto. Onirica e visionaria, la sua opera narrativa riflette le paure e i traumi che accompagnarono il disfacimento di un mondo travolto dalla rivoluzione. Il "bestiario" notturno demoni, fantasmi, streghe, vampiri - evocato dall'autore appartiene a un'economia del fiabesco e del macabro, ma nelle figure mostruose degli incubi e dei sogni affiorano anche i ricordi del sangue versato negli anni del Terrore.
"Ci sono tre tempi marcati dal procedere della trama: il tempo narrativo della peripezia, il tempo teatrale dell'inganno, e il tempo letterario della parola. E tutti e tre saranno destinati a confrontarsi alla fine con l'assenza di tempo, con l'eternità, davanti alla quale il disordine mondano, la rottura delle leggi dell'equilibrio sociale, diventerà ordine divino". Così Maria Grazia Profeti sintetizza, nella prefazione, l'opera che inaugura la ricchissima tradizione europea del "mito" di Don Giovanni, fondendo due leggende popolari: quella del convito macabro e quella del profanatore, per amore, del luogo sacro.

