Questo strumento vuole essere un tentativo di risposta al desiderio di preghiera e di interiorità espresso da molti in un mondo frammentato e caotico. Nasce dall’esperienza fatta in questi anni in cui assistiamo ad un crescente desiderio di riscoperta di una fede che non sia una vaga appartenenza culturale.
Agosto 1980. Dopo il primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Polonia, i lavoratori cominciano gli scioperi contro il regime comunista. Nel paese viene proclamata la legge marziale. Varsavia è occupata dai carri armati e gli scioperi vengono brutalmente repressi. A celebrare la messa e ad aiutare gli operai arriva un giovane sacerdote, Jerzy Popieluszko.
Il cofanetto DVD contiene i momenti salienti del Pellegrinaggio Nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo in Terra Santa tenutosi dal 26 luglio al 2 agosto 2019
Che cosa ci strappa dal nulla?
01.04.2020
L’editoriale di questo numero è la lettera che don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha mandato a tutto il movimento.
Milano, 12 marzo 2020
Carissimi amici,
pur non essendoci ancora disposizioni delle autorità circa il prossimo mese di aprile, l’attuale emergenza sanitaria e le problematiche legate all’organizzazione dei nostri gesti ci impongono di disdire tutti i consueti appuntamenti di questo momento dell’anno: gli Esercizi della Fraternità, gli Esercizi dei lavoratori, il Triduo di GS, i momenti della Settimana Santa del CLU, le Via Crucis, la Scuola di comunità in collegamento del 1° aprile.
Questa decisione, imposta dall’emergenza, non fa sparire la presenza insidiosa del Coronavirus tra di noi né attenua la provocazione che essa rappresenta, non ci consente di voltare la faccia dall’altra parte, come se non ci toccasse. Volenti o nolenti, ci riguarda tutti. E, con tutti, noi condividiamo la stessa domanda: come stare da uomini davanti a questa circostanza?
In queste occasioni – che il Mistero non ci risparmia – possiamo cogliere con ancora più chiarezza la grazia del carisma che ci ha investito, verificando la sua capacità di farci stare davanti a quello che accade. «L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano 2010, p. 150), ci ha detto don Giussani. È questa concezione della religiosità che ci fa riconoscere qualsiasi circostanza come vocazione. «Vivere la vita come vocazione significa tendere al Mistero attraverso le circostanze in cui il Signore ci fa passare, rispondendo ad esse. […] La vocazione è andare al destino abbracciando tutte le circostanze attraverso cui il destino ci fa passare» (Realtà e giovinezza. La sfida, Rizzoli, Milano 2018, p. 65). Don Giussani era ben consapevole di quale vertigine questo introduca nella vita: «L’uomo, la vita razionale dell’uomo dovrebbe essere sospesa all’istante, sospesa in ogni istante a questo segno apparentemente così volubile, così casuale che sono le circostanze attraverso le quali l’ignoto “signore” mi trascina, mi provoca al suo disegno. E dir “sì” a ogni istante senza vedere niente, semplicemente aderendo alla pressione delle occasioni. È una posizione vertiginosa» (Il senso religioso, op. cit., p. 189).
È difficile trovare una espressione più adeguata di questa per descrivere la situazione in cui ci troviamo quando stiamo realmente davanti a quello che accade: un vertiginoso essere sospesi «in ogni istante a questo segno apparentemente così volubile, così casuale che sono le circostanze». Eppure è questo l’unico atteggiamento razionale, perché è attraverso quelle circostanze che la presenza del Mistero, di quell’«ignoto “signore”», ci interpella, ci provoca al Suo disegno, al compimento del vivere.
Ma «la ragione non tollera, impaziente, di aderire all’unico segno attraverso cui seguire l’Ignoto, segno così ottuso, così cupo, così non trasparente, così apparentemente casuale, come è il susseguirsi delle circostanze: è come sentirsi in balia di un fiume che ti trascina in qua e in là» (Il senso religioso, op. cit., p. 189). In queste settimane ciascuno potrà vedere quale posizione prevale in sé: se una disponibilità ad aderire al segno del Mistero, a seguire la provocazione della realtà, oppure il lasciarsi trascinare da qualunque “soluzione”, proposta, spiegazione, pur di distrarsi da quella provocazione, evitare quella vertigine. Ciascuno di noi potrà poi verificare la reale consistenza delle “soluzioni” in cui ha cercato rifugio.
Come farci compagnia in questo frangente? Di quale compagnia abbiamo veramente bisogno? Quante volte cerchiamo una risposta svuotando l’avvenimento che ci ha raggiunto, riducendolo a un ambito di rapporti che ci protegga dall’urto delle cose, che ci risparmi la sfida delle circostanze, invece che sospingerci a viverla! Ma una simile compagnia non può rispondere: in momenti come quelli che stiamo attraversando, in cui l’urgenza del vivere si fa ineludibile e potente, diventa più evidente che mai.
Un mio giovane amico si è laureato e ha iniziato una nuova vita. Di conseguenza, non ci possiamo vedere più così spesso come quando frequentava l’università. Di recente si lamentava di questo con me. Gli ho ricordato un brano del Vangelo. Un giorno i discepoli si trovarono in barca con Gesù e si accorsero di essersi dimenticati di prendere dei pani. Nonostante fossero stati testimoni di due miracoli grandi come castelli – due moltiplicazioni di pani come mai erano successe nella storia –, cominciarono a litigare tra di loro perché si erano dimenticati i pani. Facevo dunque notare al mio amico che Gesù era lì, accanto a loro, sulla barca! E loro continuavano a lamentarsi! Il problema non era che fossero soli, perché Gesù era con loro, ma per loro era come se non ci fosse. E infatti discutevano tra loro che non avevano pane! Per mostrare dove fosse il problema, Gesù non fa un altro miracolo. A cosa sarebbe servito farne un altro, dopo tutti quelli che avevano già visto? Che contributo dà allora Gesù? Rivolge loro tre domande. La prima: «Quanti pani sono avanzati dopo la prima moltiplicazione?». E poi: «Quanti ne sono avanzati dopo la seconda?». E infine: «Ancora non capite?» (cfr. Mc 8,19-21). Come è prezioso il contributo che Gesù offre ai suoi amici non risparmiando loro le domande! Non aggiunge spiegazioni, non compie altri miracoli, ma li sollecita, dal di dentro della loro esperienza, a usare fino in fondo la ragione, in modo che essi possano rendersi conto di chi hanno incontrato (avevano con sé il signore del “panificio”!). Se non avevano capito, attenzione, non era perché fossero da soli o non disponessero di elementi sufficienti, ma perché non avevano ancora usato bene la ragione. Gesù infatti si era svelato loro attraverso i molti segni che avevano visto, di una risposta eccezionale, finalmente corrispondente al cuore, al loro e all’altrui bisogno di uomini, in tante occasioni, anche drammatiche, ma essi non avevano ancora riconosciuto chi era, con quel riconoscimento che si chiama fede e che «fiorisce sull’estremo limite della dinamica razionale come un fiore di grazia, cui l’uomo aderisce con la sua libertà» (Generare tracce nella storia del mondo, Bur, Milano 2019, pp. 45-46).
Gesù approfitta di ogni circostanza per far vedere ai suoi discepoli il Suo modo di stare davanti a tutto quello che accade, a qualsiasi imprevisto, anche doloroso, affinché essi sperimentino la pertinenza della Sua presenza, del rapporto con Lui – della fede –, alle esigenze della vita. «Il contenuto della fede – Dio fatto uomo, Gesù Cristo morto e risorto – che emerge in un incontro, perciò in un punto della storia, ne abbraccia tutti i momenti e aspetti, che come da un vortice sono portati dentro quell’incontro e devono essere affrontati dal suo punto di vista, secondo l’amore che da esso scaturisce, secondo la possibilità di utilità al proprio destino e al destino dell’uomo che esso suggerisce» (Generare tracce nella storia del mondo, op. cit, p. 40). Se l’incontro fatto non diventa per noi come un vortice dentro il quale sono portati tutti i momenti e aspetti del vivere, ci troveremo smarriti davanti a ogni nuovo imprevisto, a ogni nuova strettoia.
È così, circostanza dopo circostanza, nell’esperienza continua di una “convenienza” inaspettata, che «l’incontro fatto, per sua natura totalizzante, diventa nel tempo [sottolineiamolo: nel tempo] la forma vera di ogni rapporto, la forma vera con cui guardo la natura, me stesso, gli altri, le cose. Un incontro, se è totalizzante, diventa forma e non semplicemente ambito di rapporti: esso non stabilisce soltanto una compagnia come luogo di rapporti, ma è la forma con cui essi vengono concepiti e vissuti» (Generare tracce nella storia del mondo, op. cit, p. 40).
È a questo livello della questione – il riconoscimento della natura totalizzante dell’incontro, che diviene forma vera di ogni rapporto – che vengono in nostro aiuto presenze veramente «amiche», che ci testimoniano la strada che ci consente di vivere una situazione come quella attuale. Presenze che non programmiamo noi, così eccezionali – pur dentro le circostanze di tutti – che ci lasciano senza parole, in silenzio. «D’improvviso sono stata catapultata in trincea. Sembra di essere in guerra. Il mio quotidiano lavorativo e familiare in un giorno è cambiato. Da medico, da mamma, da moglie mi ritrovo a dormire in isolamento da mio marito, a non vedere i miei figli da due settimane, a non poter avere un contatto diretto con il paziente. Tra me e i miei malati c’è una maschera, una visiera e il loro scafandro. Spesso sono anziani che vivono da soli questo momento. Hanno paura. Muoiono da soli. E i parenti, isolati a casa, non possono assistere il loro caro, la loro cara, e ricevono telefonate nella notte in cui comunico loro la morte del loro familiare: tra me e loro c’è il telefono. Io cosa posso fare per loro umanamente, da cristiana? Entro in reparto, cerco un sorriso e l’abbraccio di un’infermiera amica: in questo momento di isolamento ho bisogno anche di sentirmi fisicamente insieme. E posso abbracciare solo loro. Davanti a tutto ciò mi sostiene rileggere tutti i giorni la lettera di Carrón al Corriere della Sera («Ecco come nelle difficoltà impariamo a battere la paura», 1 marzo 2020, p. 32), che mi aiuta a rimettermi in una posizione di apertura, a chiedermi che cosa in fondo regge. Sono chiamata a riconoscere l’essenziale, il vero. Poi c’è tutto il percorso fatto sul testo di Scuola di comunità: la prova è il modo in cui la fede può crescere se la libertà è giocata di fronte alla Preferenza che ci chiede tutto. E questo è vertiginoso. Noi dobbiamo affidarci e assumerci questo rischio. La certezza che sostiene la nostra vita è un legame, e c’è un cammino da fare per arrivare a questa certezza affettiva. Le circostanze ci sono date per attaccarci più a Lui, ci sta chiamando in un modo misterioso. La fede è fidarsi che Lui ci sta chiamando. “Solo quando domina una speranza fondata siamo in grado di affrontare le circostanze senza fuggire”. Siamo chiamati più che mai a rispondere a Lui che ci chiama in modo misterioso. È questa certezza che posso dare ai miei malati, ai parenti, oltre che fornire le cure mediche».
Questa è la sfida davanti alla quale è ciascuno di noi. In questo momento, in cui il nulla dilaga, il riconoscimento di Cristo e il nostro «sì» a Lui, anche nell’isolamento in cui ognuno di noi potrebbe essere costretto a stare, è già il contributo alla salvezza di ogni uomo oggi, prima di ogni legittimo tentativo di farsi compagnia, che pure va perseguito nei limiti del consentito. Niente è più urgente di questa autocoscienza.
Anche se non potremo fare gli Esercizi della Fraternità, niente ci impedisce di proseguire il nostro cammino per continuare a incrementare la certezza, quella «speranza fondata» di cui abbiamo assoluto bisogno per vivere in queste circostanze. Perciò vi invio la domanda che avevo pensato per la preparazione degli Esercizi, mai così pertinente alla situazione: «Che cosa ci strappa dal nulla?».
Tutti abbiamo visto quanto è stato utile il quesito inviato lo scorso anno per essere attenti all’esperienza che facevamo. Quest’anno può essere ancora più decisivo. Invito perciò chi lo desidera a inviare il proprio contributo a comunicazionifrat@comunioneliberazione.org.
Vedremo poi come fare tesoro tutti insieme del percorso delle settimane che ci aspettano e come rispondere nella maniera più adeguata alle domande che emergeranno. Aperti all’imprevisto.
È un tempo inedito e drammatico. Che portata possono acquistare i gesti a noi così cari come l’Angelus al mattino, a mezzogiorno e alla sera, il Memorare prima di andare a dormire, il lavoro quotidiano, personale e in famiglia, sulla Scuola di Comunità, la giaculatoria Veni Sancte Spiritus al primo risveglio e in ogni istante in cui la circostanza diventa così sfidante da aver bisogno di gridare per poter stare davanti ad essa!
Vi raccomando la carità fraterna, con una attenzione ai bisogni che emergono fra di noi, rimanendo in contatto come si può, sfruttando al meglio tutti gli strumenti che oggi la tecnologia ci offre.
Infine, secondo l’invito di papa Francesco, «continuiamo a pregare per gli ammalati, gli operatori sanitari, tanta gente che soffre questa epidemia».
Vi abbraccio uno ad uno in questa Quaresima così decisiva per la nostra conversione a Cristo vittorioso sulla morte.
Accompagniamoci, lasciandoci sfidare dai tempi che viviamo, per non perdere l’occasione che il Mistero ha preparato per noi!
Vostro,
don Julián Carrón
La teologia cattolica contemporanea sembra aver parecchio "ridimensionato" Maria: ha ridotto drasticamente l'esuberanza mariana tipica dell'epoca moderna. Eppure la venerazione della Madre di Gesù continua senza sosta presso il popolo dei fedeli. Qui Greshake prende sul serio l'istinto di fede della gente semplice. Con rigoroso fondamento biblico e dogmatico mostra il ruolo di Maria nella storia della salvezza, convinto che la fede della Chiesa - e il suo annuncio - non possono minimizzare o escludere questa figura senza grave perdita. Anzi, proprio perché la fede cristiana non può fare a meno di Maria, Greshake si concentra a buon diritto su quanto indicato nel titolo, seguendolo come un filo rosso: dire «Maria è la Chiesa» ha un grande significato, non solo perché richiama alla memoria la più antica riflessione della Chiesa su Maria (per questo il sottotitolo parla di «tema antico»), ma anche perché ne evidenzia la rilevanza per noi oggi («sfida per il presente»).
Gli animali occupano un posto importante nella nostra società. Oggi sempre più persone mostrano di essere sensibili alla sofferenza che gli animali patiscono, specie a quella provocata da allevamenti intensivi. Nonostante ciò, il nostro comportamento nei loro confronti è stato ed è sempre caratterizzato da grande ambivalenza. Alcuni animali sono oggetto del nostro amore, della nostra protezione e sono sepolti in appositi cimiteri; altri, invece, li cacciamo, li uccidiamo e li mangiamo. Cosa è giusto fare? In base a quali princìpi etici? Quali conseguenze ne derivano per il nostro stile di vita e per le nostre abitudini di consumatori? Dobbiamo forse diventare tutti quanti vegetariani o vegani? Questo libro non sostiene una posizione del tipo «tutto o niente». Lintner cerca piuttosto di affrontare le questioni fondamentali per capire come si possa tenere, verso gli animali, un comportamento che sia rispettoso delle loro esigenze specifiche e individuali. Presenta poi le posizioni attualmente dibattute nel campo dell'etica animale e in particolare, tenendo conto di differenze e somiglianze tra essere umano e animali, mette in evidenza la nostra responsabilità, indicando come essa si concretizzi in ambiti come il nostro rapporto con gli animali domestici, l'allevamento a fini di reddito, la sperimentazione animale nella ricerca medica, la caccia e il consumo di prodotti di derivazione animale. Un libro di etica relativa agli animali. Per rispettarli e amarli in un modo che corrisponda alla loro natura. Con contributi di: Christoph J. Amor e Markus Moling.
Questo testo è pensato soprattutto per i fedeli, per aiutarli ad accostarsi alla confessione sacramentale con maggior frutto e con spirito da figli, come siamo davvero, e non da schiavi. Ad esso è aggiunto un piccolo scritto, originariamente pensato, com'è evidente dallo stile e dai contenuti, per gli stessi confessori, sul dovere della nostra fedeltà al Magistero ed alle norme ecclesiastiche nell'amministrazione del sacramento della penitenza: speriamo in tal modo di aiutare gli stessi sacerdoti a celebrarlo con più attenzione pastorale verso le tante situazioni che si possono incontrare, e che richiedono una riflessione in qualche modo più attenta per non incorrere nei contrapposti errori dell'arbitrio o della rigidità.
Dopo uno sguardo sulla fenomenologia dell'istante mortale e l'elaborazione di una fenomenologia della morte dell'altro in generale, osservata o utilizzata, l'analisi si sofferma sull'esperienza della morte dell'altro che, in quanto amato, è presenza che ci costituisce. La sua morte non è solo perdita di possibilità, ma perdita del "noi", ci coinvolge e trasforma estraniandoci, in quanto si configura come perdita di sé e del mondo. Il nulla del rapporto ci precipita nell'isolamento e nello spaesamento. Prima di passare a considerare successivamente le esperienze anticipatrici e quindi la fenomenologia del "come se", la prefigurazione della propria morte, l'indagine si interrompe perché l'autore si trova inaspettatamente ad esperire nell'intimo quanto si era preteso, con giovane spavalderia, di indagare da fuori. Avvicinandosi al cuore del problema il testo non poteva non farsi silenzio e preparazione a questa unica esperienza veramente nostra, nel bisogno di ricapitolare tutto l'essere sul palmo della mano con l'intento di trovarsi pronti al dono nell'attimo supremo. Che senso avrebbe possedersi senza donarsi?
Questo breve commento al Vangelo più teologico e spirituale, è rivolto ad un vasto pubblico. Senza attardarsi su questioni riservate ai biblisti, offre delle chiavi di lettura che accompagnano nella comprensione delle sue «parole di vita eterna» (Gv 6,68).
"«Che cosa ci fa lieti?» è la domanda così personale e decisiva che si pone Giovanni Emidio Palaia. Una domanda che accompagna sempre la vita di ogni uomo, che appassiona i giovani, ma che diventa ricerca fino all'ultimo respiro. Palaia ha scritto queste pagine all'indomani del Sinodo dei giovani, voluto da Papa Francesco, che sempre ha messo in guardia i giovani dal cercare la felicità che delude, restando sul divano, nelle tante gioie offerte dal consumismo. È un piccolo contributo, che può aiutare il giovane ad interrogarsi su quello che è il desiderio più profondo che porta nel cuore: l'essere felice. In filigrana si intravvedono le domande che costituiscono l'ordito di tutta la pubblicazione: «È possibile essere felici ed essere nella gioia, nonostante le fatiche e le difficoltà? Quali sono le condizioni che permettono una vita lieta? Per rispondere a questi interrogativi l'autore parte dalla ricerca di felicità che abita il cuore di ogni uomo e, passando attraverso l'esperienza dell'Antico e del Nuovo Testamento, trova il centro della sua esposizione nel legame profondo tra felicità, libertà e amore. l'autore presenta i tratti di alcune figure cristiane di varie epoche, da San Francesco d'Assisi a San Martino De Porres, da Giorgio La Pira ai "santi della porta accanto", come Chiara Corbella, Niccolò Bizzarri o la propria mamma, tutti attenti a cogliere i segni dell'amore nella propria vita". (dalla Prefazione del Card. Matteo Maria Zuppi) "Questo libro di don Giovanni Emidio Palaia è un grande gesto d'amore, un autentico dono fraterno per tutti noi che lo stiamo sfogliando". (dall'Invito alla lettura di Beatrice Fazi)
Negli ultimi decenni le ricerche archeologiche relative ai siti sorti nel tempo intorno al mare di Galilea hanno segnato un notevole incremento, rivelando un vivace e per certi aspetti inedito quadro della regione, esplicativo del contesto di vita del Cristo storico, che proprio a Cafarnao, e nell'area geografica relativa alla costa occidentale del lago di Tiberiade, svolge buona parte della sua predicazione pubblica, compiendo numerosi prodigi o apparendo ai discepoli dopo la Resurrezione. Proprio a questi celebri avvenimenti si rivolge il volume, che indaga, rispettando, nelle grandi linee, i confini cronologici dell'età paleocristiana, la traduzione figurativa di tutti quegli eventi, perlopiù disattesi dalla critica iconografica, che si consumano proprio sulle acque, ma anche quelli che si svolgono sullo sfondo o nelle immediate vicinanze del mare di Galilea, approdando talora, per mezzo di un approccio multidisciplinare, a vere e proprie riflessioni e/o acquisizioni di "geografia evangelica".