"Una biografia diversa. Nessun isolamento dell"eroe', ma, anzi, una premura costante di leggerlo per intero entro la trama storica del suo tempo. È la storia dell'Europa romantica, coi suoi ideali religiosi e morali; l'Europa della progrediente rivoluzione industriale e borghese; l'Europa dei movimenti liberali e nazionali, e anche, già, della lotta di classe imminente; l'Europa che Romeo rievoca in pagine magistrali su Ginevra, Londra, Parigi di allora e che richiama a tante questioni dell'Europa di oggi. Si dissolve la visione tradizionale di un Cavour miracoloso demiurgo dell'unità italiana e altrettanto abile e spregiudicato curatore degli interessi sabaudi e di quelli della borghesia." (Giuseppe Galasso)
"Una riflessione suggestiva e penetrante di uno dei maggiori storici del mondo antico; una sintesi efficacissima, dove la caduta della Repubblica è spiegata attraverso le vicende di una lotta di classe senza sbocchi e senza ideologie; i protagonisti sono un esercito potente ma privo di legami con lo Stato, un ceto contadino disgregato e miserabile, una nobiltà ormai incapace di governare e una plebe urbana resa turbolenta e oziosa da un secolare avvicendarsi di fame, di guerre e di frustrazioni." (Emanuele Narducci)
La millenaria vicenda cristiana costituisce un dato ineliminabile del nostro patrimonio storico e culturale. Si può guardare a essa in una prospettiva storica sensibile al contributo decisivo che il cristianesimo ha fornito alla formazione di un'Europa cristiana. La si può accostare in un'ottica sensibile alla situazione religiosa attuale, in cui i valori cristiani paiono sempre più emarginati. O si può anche decidere di avvicinarsi a questa storia, così complessa e affascinante, nella prospettiva del credente desideroso di approfondire le radici della propria fede. A tale insieme di esigenze e interrogativi risponde la "Storia del cristianesimo" di cui questo volume fa parte.
Nel sistema complesso dei media di oggi, l'identità dei quotidiani italiani è gradualmente cambiata. I giornali non sono più la fonte delle notizie, ma l'occasione per il loro commento; hanno rinunciato al sogno di un'informazione neutra per presentare, invece, forme sempre più diversificate di sapere, racconti, passioni. Ma cosa rende un articolo credibile? E perché certi giornali sembrano più oggettivi di altri? Come succede di sentirsi partecipi delle emozioni degli eventi che leggiamo? Per la semiotica si tratta di effetti di senso, giochi di simulacri e costruzioni narrative, risultato di precise strategie discorsive che non restituiscono la realtà ma costruiscono impressioni di realtà. È di quelle strategie che questo libro si occupa.
Proviamo a sederci sulle gradinate del Colosseo e immaginiamo di assistere a una giornata di spettacolo, fra cinquantamila romani esultanti. La mattina ci aspettano le lotte tra animali e a ruota le battute di caccia. All'ora di pranzo, le esecuzioni di criminali e di schiavi, intervallate da gare di atletica e numeri comici. Finalmente, nel pomeriggio, il pezzo forte del programma: i combattimenti dei gladiatori. Fik Meijer è professore ordinario di Storia antica all'Università di Amsterdam. All'attività accademica unisce il gusto per la divulgazione.
Oltre tre millenni, ripercorsi tenendo fermo lo sguardo in direzione di quella parte di spazio umanizzato del nostro paese che chiamiamo Toscana. Comunicazione di massa e flussi turistici ne fanno oggi la regione italiana forse più nota nel mondo, legandola a immagini codificate che tendono a divenire fattori di identità: paesaggi segnati dal lavoro contadino, borghi e città d'arte, robuste tradizioni civiche e di solidarietà sociale insieme a rivalità municipali, intraprendenza economica di individui e comunità. Proporne una storia significherà dunque anche spiegare quanto sarebbe sbagliato immaginarla in termini di continuità organica e di lineare evoluzione verso il presente, quasi come se esistesse una Toscana perenne.
Oltre tre millenni, ripercorsi tenendo fermo lo sguardo in direzione di quella parte di spazio umanizzato del nostro paese che chiamiamo Toscana. Comunicazione di massa e flussi turistici ne fanno oggi la regione italiana forse più nota nel mondo, legandola a immagini codificate che tendono a divenire fattori di identità: paesaggi segnati dal lavoro contadino, borghi e città d'arte, robuste tradizioni civiche e di solidarietà sociale insieme a rivalità municipali, intraprendenza economica di individui e comunità. Proporne una storia significherà dunque anche spiegare quanto sarebbe sbagliato immaginarla in termini di continuità organica e di lineare evoluzione verso il presente, quasi come se esistesse una Toscana perenne.
Un agile e innovativo strumento realizzato dai migliori studiosi italiani per rispondere alla crescente richiesta di conoscere la storia delle nostre regioni. Lo spazio regionale emiliano-romagnolo è spesso indicato come uno dei 'laboratori' più significativi nei processi di modernizzazione e di civilizzazione. Come spazio di governo il territorio è andato formandosi nel corso dei secoli e precisandosi solo nell'Italia unita e repubblicana, quando l'identità regionale ha assunto un carattere definito, senza che la comune sfera politico-amministrativa abbia annullato le molteplici espressioni delle tradizioni civiche e culturali.
Dagli scultori longobardi a Giotto, da Simone Martini a Claus Sluter, venticinque profili di pittori, scultori, architetti, miniaturisti e orafi. Una galleria di artisti europei, diversi nel tempo, nello spazio, nelle situazioni e nelle tecniche, che restituisce un volto all'arte medievale. Enrico Castelnuovo insegna Storia dell'arte medievale alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Federico Rampini, editorialista ed inviato di «Repubblica», saggista, è nato a Genova nel 1956. Ha vissuto a Parigi, Bruxelles, Roma, Milano, San Francisco. Ha insegnato all'Università di Berkeley. Attualemente abita in uno Houtong vicino alla città proibita di Pechino. Una parte di lui, come racconta in questo libro, è rimasta in California.
"... a un figlio - beh, veramente a tre: Lidia, Fabio e Adrian, nell'ordine. Ricordi, Adrian, quando eri a scuola e ti chiedevano cosa faceva tuo padre? Tu farfugliavi: economista, giornalista... economista giornalista... giornalista... economista... giornalista economico... Ma, alla fine, capivano quello che faccio? No, rispondevi. Ma almeno tu lo capisci? Veramente neanch'io, confessavi. Questa mi sembra già una ragione sufficiente per scrivervi un libro..." (Fabrizio Galimberti)
Quale rilevanza ha il tempo, e la memoria, nella costruzione di una ragione giuridica? Su questa domanda si articola la prima parte del volume. Essa non considera solo il pensiero antico in alcuni momenti decisivi: il platonismo, per esempio, e la riflessione aristotelica, o la giurisprudenza romana; ma approfondisce il dialogo, ora solidale ora polemico, che la modernità intrattiene con la cultura classica: dalla critica umanistica della Compilazione giustinianea, e da Bacone, Hobbes e Leibniz, a Bentham e a Savigny, sino a Schmitt e a Kelsen. Nella seconda parte il libro compie anche un esame di coscienza e si interroga, ancora una volta, sugli intenti e i modi di una storiografia giuridica nella società contemporanea.