Il volume ha l'obiettivo di fornire al lettore una mappa autorevole per comprendere i punti di snodo essenziali dell'arte del Ventesimo secolo. I temi toccati delineano i confini e i luoghi "caldi" del dibattito: l'abbandono dell'idea dell'arte come riproduzione delle apparenze del mondo visibile, a vantaggio di una proposta dell'opera come espressione di una specifica qualità d'emozione; il richiamo a non dimenticare le basi sociali dell'arte anche quando, come nell'astrazione, sarebbe facile perderle di vista; la riproducibilità tecnica, la perdita dell'aura e il rapporto tra l'arte moderna e le masse; l'avanguardia come unica possibilità di sopravvivenza della cultura di élite; la definizione e la critica al Modernismo; il new dada, l'arte pop, la definizione di un'arte postmoderna. Chiudono la scelta antologica alcune pagine dalla Teoria estetica di Theodor W. Adorno, che affronta la questione dell'arte moderna nel suo rapporto di autonomia e insieme di non autonomia nei confronti della realtà.
"Chi proibisce ai cristiani lo studio della filosofia e delle scienze proibisce loro anche di essere cristiani." Così scriveva Tommaso Campanella, nell'Apologia di Galileo del 1616, in difesa del principio della libertas philosophandi, predicato specifico e irrinunciabile dell'indagine umana cui non sfuggono né la natura né la religione. E solo un esempio del significato e del valore di quella cultura italiana nella quale si è raccolto quanto di meglio la nostra storia ha generato lungo i secoli moderni. Cultura laica - da non confondere con anticlericale, come spesso è accaduto - nella quale si è espressa una vera e propria concezione del sapere. "Se si vanno a leggere i capisaldi della cultura laica, ci imbattiamo in concetti decisivi come legge, conflitto, eguaglianza, dissimulazione, bisogno, libertà di stampa, opinione pubblica, fino all'argomentazione del rifiuto della tortura e della pena di morte. Princìpi, ieri come oggi, di una sapienza che in Italia ha trovato uno dei suoi luoghi di nascita e di maggiore sviluppo." Una sapienza mondana e civile, che appare in modo luminoso nei testi qui raccolti - da Leon Battista Alberti a Camillo Benso di Cavour, passando, tra gli altri, per Giordano Bruno, Machiavelli, Leopardi, Manzoni - i quali, organizzati tematicamente, affrontano argomenti come la condizione umana, la nascita (e la morte) delle religioni, la loro funzione civile, la critica della Chiesa di Roma e del cristianesimo, la teorizzazione della "libera Chiesa in libero Stato".
"Il cibo italiano, quando è al suo meglio, ha il carisma che gli deriva da un rapporto quasi poetico con il luogo e con l'identità. La ragione principale per cui gli italiani in generale mangiano così bene è semplicemente che la cucina rafforza in loro il sentimento delle origini e della identità. Le città italiane sono il luogo in cui questo legame fra cibo e identità è stato forgiato. È nelle città, pertanto, che bisogna andare a cercare le fonti storiche più significative, che dimostrano come i grandi piatti della cucina italiana abbiano accompagnato i flussi e riflussi della storia del Belpaese." Una storia della civiltà della tavola italiana e non semplicemente una storia di quello che gli italiani mettono in tavola.
Circa 8 milioni: sono gli italiani che hanno un lavoro instabile. Tra 5 e 6 milioni sono precari per legge, ossia lavorano con uno dei tanti contratti atipici che l'immaginazione del legislatore ha concepito negli ultimi quindici anni. Gli altri sono i precari al di fuori della legge, i lavoratori del sommerso. Come si è arrivati a queste cifre, perché le imprese chiedono la flessibilità del lavoro in misura sempre crescente, quali sono i costi umani che stiamo pagando e quali sarebbero i costi economici che il paese dovrebbe affrontare se si volesse davvero coniugare l'instabilità dell'occupazione con la sicurezza del reddito, cosa ha a che fare tutto questo con la globalizzazione, quali caratteristiche dovrebbe avere una politica del lavoro globale per essere davvero all'altezza delle reali dimensioni del problema. In queste pagine, l'accusa di Gallino: non solo non è giusto che il precariato sia merce di scambio dell'economia globalizzata, ma nemmeno intelligente per una società che voglia congiungere allo sviluppo economico lo sviluppo umano.
Il decennio ha prodotto un numero sorprendente di film, dischi, libri e quadri che sono diventati classici. Sono gli anni in cui hanno cominciato ad affermarsi registi come Woody Allen, Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, e musicisti come David Bowie, Bob Marley e i Clash. Gli architetti hanno rivoluzionato il design, creando strutture di culto come l'Opera House di Sydney e il Centro Pompidou,mentre Gilbert & George hanno aperto la strada all'arte concettuale. E gli anni Settanta sono stati anche il decennio del grande intrattenimento: dalla suspence dello "Squalo", che segna la nascita del successo in cassetta, ai romanzi sofisticati di John Updike, dall'aggraziato fumetto di Snoopy alla comicità dell'assurdo dei Monty Python. Howard Sounes racconta le storie dei personaggi chiave di tutti i settori della cultura - molti dei quali ha intervistato - e rivela dieci anni di straordinaria creatività artistica: "un periodo in cui le regole stavano cambiando, in cui gli uomini e le donne rompevano le relazioni quando si sentivano oppressi, gli uomini potevano esprimere liberamente ruoli più femminili, e viceversa ".
Roma e il fascismo: l'evidenza del loro connubio nasconde molti interrogativi. Bisogna domandarsi innanzi tutto: quale Roma? È necessario distinguere fra la Roma reale, la Roma antica e la Roma fascista. Alla Roma reale che disprezzava, il fascismo opponeva il proprio mito di Roma, che coincideva, fin dalle sue prime formulazioni, con l'odio per la democrazia e con il mito dell'impero: "La Roma che noi onoriamo, non è la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma delle gloriose rovine. La Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un'altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell'avvenire. Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l'Italia romana, cioè saggia, forte, disciplinata e imperiale.". Il mito della Roma fascista, anche se ammantato di richiami alla Roma antica, era un mito moderno. La romanità del fascismo fu essenzialmente una proiezione del suo totalitarismo, col quale il mito fascista di Roma si identificò per tutto il percorso della parabola del regime, dall'ascesa faticosa, ma decisa, verso la potenza e la gloria del trionfo, alla discesa inconsapevole, ma sempre più precipitosa, verso una fine ingloriosa. Intrecciando documenti e immagini, Emilio Gentile propone un'originale interpretazione del connubio fra Roma e fascismo, rivelando aspetti inediti del totalitarismo fascista.
Selvatico. Avido. Fragile. Ossessionato dall'arte, nella quale convogliava tutta la sua straripante energia, Michelangelo fu segnato dal fuoco della genialità e attraversò la magnifica stagione del Rinascimento italiano. Con raro talento letterario, Forcellino fa rivivere l'uomo e i suoi anni. Antonio Forcellino è tra i maggiori studiosi europei di arte rinascimentale. Ha realizzato restauri di opere di valore assoluto, come il Mosè di Michelangelo e l'Arco di Traiano.
Il mondo familiare, Firenze, l'irrompere casuale della fisica, gli studi e gli incontri intellettuali, il mondo internazionale della ricerca, il lavoro all'Osservatorio, l'impegno politico e civile, l'attività di divulgazione e la militanza laica a favore della scienza. Margherita Hack, con semplicità e ironia, ma soprattutto con tutta la sua gioia di vivere, parla dei valori che hanno costellato il suo successo.
Abbracciando un ampio arco temporale, questo manuale ricostruisce l'evoluzione della comunicazione umana e gli approcci, prevalentemente sociologici, che l'hanno analizzata. La novità del volume è l'attenzione ad ampio raggio con cui viene inquadrata la disciplina, combinando insieme la storia della comunicazione e le sue teorie. Il libro si sofferma in particolare su figure o problemi chiave che segnano tappe di snodo fondamentali lungo la strada evolutiva della comunicazione, e mette così in luce alcuni eventi che, sebbene di grande rilevanza per la storia del gusto, delle mode e delle stesse strutture comunicative, raramente trovano spazio nei manuali tradizionali. Più in particolare, Alberto Abruzzese tratta dei processi di modernizzazione, della nascita delle comunicazioni di massa, dello sviluppo dell'industria culturale, delle ricadute dell'evoluzione tecnologica nel periodo dalla prima Rivoluzione Industriale fino agli anni Cinquanta del Novecento, mentre Paolo Mancini affronta il tema dei mass media nella contemporaneità.
È una terra vasta e ancora in larga parte da sfruttare, l'America Latina, ricchissima di materie prime, abitata da una popolazione giovane, in costante aumento, che parla la stessa lingua (ad eccezione del Brasile) e condivide le medesime credenze e radici culturali. Qui, più che in qualunque altra regione extraeuropea, le razze si sono mescolate e fuse, fra bianchi, indios e neri. Per tutti questi motivi, si è portati a pensarla come un universo sostanzialmente omogeneo. In realtà è un labirinto di compagini nazionali, entità regionali e comunità etniche, di istituzioni pubbliche e strutture sociali, molto differenti fra loro. Ma due elementi comuni ne hanno segnato l'itinerario politico: la vocazione egemone delle forze armate e il populismo demagogico, tanto di sinistra quanto di destra. Sin quasi a oggi, l'America Latina ha vissuto in condizioni di perenne fibrillazione e instabilità politica, fra dispute territoriali e contrasti etnici, lotte di potere, rigurgiti di banditismo e moti di guerriglia, sedizioni militari e rivolte sociali, regimi oligarchici e dittatureviolente, pesanti ingerenze esterne e e devastanti crisi finanziarie, vampate antimperialiste e improvvise esplosioni di odio e di paura. Valerio Castronovo conduce un'analisi di ampio respiro su questa zona turbolenta ma vitale del pianeta e segue gli intrecci economici, sociali e politici che hanno legato e legano tuttora il destino del subcontinente americano alle sorti globali.
Questo volume adotta un approccio analitico all'introduzione della sociologia: piuttosto che esporne la storia e fare una rassegna delle teorie sociologiche, usa quelle teorie per descrivere e spiegare i fenomeni sociali, trattati come esempi e campi concreti di applicazione dei concetti illustrati. Il manuale si divide in tre sezioni di interrogativi e temi, relativi rispettivamente all'azione sociale, all'ordine sociale e al cambiamento sociale. Nel primo caso le domande del sociologo - a volte esplicite, a volte implicite - ruotano attorno al problema dell'autonomia e del condizionamento del comportamento: come e quanto le strutture sociali influenzano l'azione e, di converso, come e quanto questa stabilizza o trasforma le strutture stesse. Nel secondo, le domande attengono al problema del funzionamento della società e della prevedibilità dei comportamenti in relazione alle condizioni, alle forme e alle conseguenze della stabilizzazione delle strutture. Nel terzo caso, infine, le domande hanno per oggetto i fattori, i processi e le conseguenze del cambiamento delle strutture sociali. L'obiettivo dichiarato dell'autore è costruire, senza rinunciare alla complessità della materia, uno strumento di studio accessibile e chiaro, che fornisca gli strumenti concettuali necessari per osservare e cercare di comprendere sociologicamente un mondo che, per il fatto di essere in transizione, appare incerto.
Piero Calamandrei nacque alla politica attiva dopo il 25 luglio del 1943. Nel 1944 la sua nomina a Rettore dell'Università di Firenze riconobbe ufficialmente non solo il suo prestigio accademico ma anche e soprattutto il ruolo che aveva sostenuto con coerenza lungo tutto il ventennio fascista. Membro autorevole del Partito d'Azione dal giugno 1944, Calamandrei partecipò con passione al duro dibattito politico che si aprì fra i partiti antifascisti all'interno del CLN e fra il CLN, il Governo Badoglio, la Corona e gli Alleati. Dal 1944 al settembre del 1956, data della sua prematura scomparsa, egli fu dunque uno dei principali protagonisti della fondazione del nuovo Stato democratico italiano. La vittoria della Repubblica e la sollecita elezione di una Costituente nella quale si esprimesse la piena sovranità popolare furono le due fondamentali battaglie che Calamandrei condusse sia sul terreno politico che su quello istituzionale: battaglie che furono, poi, seguite dall'impegno che egli profuse nell'Assemblea Costituente su temi fondamentali quali l'ordinamento giudiziario, la laicità dello Stato e la forma di governo della nuova Repubblica.