Il periodo compreso tra la fine del Cinquecento e quella del Settecento, tra Montaigne e Chamfort, a cavallo della frattura epocale rappresentata dalla fine dell'Ancien Régime, è unanimemente riconosciuto come la grande stagione dei moralisti classici. La moralistica non è un genere forte, come il teatro, la poesia e la narrativa. Accoglie scritti nati da riflessioni etiche, di costume, esistenziali, politiche, collocandosi al confine tra letteratura e filosofia, spiritualità e scienza, esperienza mondana e introiezione.
"Socialmente responsabili" sono le imprese che adeguano o si sforzano di adeguare le proprie iniziative e attività a standard di comportamento informati a parametri etico-sociali, quali il controllo dell'impatto ambientale, il rispetto dei diritti umani e delle condizioni di sicurezza dei lavoratori, il non ricorso allo sfruttamento minorile, l'attenzione alla qualità e alla sicurezza dei prodotti come pure alla gestione delle risorse umane. In questo senso, quasi tutte le imprese, italiane e straniere, di dimensioni medio-grandi elaborano testi (missions) in cui è esposta la filosofia che ispira le proprie iniziative economiche; quasi tutte adottano codici etici e, più di recente, costituiscono comitati etici; un numero sempre più elevato di imprese si sottopone alle valutazioni di agenzie e consorzi indipendenti, che rilasciano marchi di qualità. Un fenomeno, questo della responsabilità di impresa, che appare, per certi versi, sorprendente e che merita di essere esaminato in una chiave di dialogo tra diritto, etica, economia.
L'Italia più di altri paesi è stata pronta, negli ultimi cinquant'anni, ad accogliere e studiare tutte le principali tendenze estetico-filosofiche che venivano maturando all'estero. Tutte, tranne l'estetica analitica angloamericana. Per lungo tempo da noi non se ne è voluto sapere nulla e i suoi testi, anche quelli più importanti, hanno circolato pochissimo. Nessuno o quasi ha voluto tradurne i testi, nessuno o quasi ha sentito l'esigenza di occuparsene. Eppure, negli ultimi quaranta, cinquant'anni si è molto lavorato, in ambito analitico, su una serie di problemi rilevanti relativi all'arte. Come ad esempio: quelli relativi alla definizione dell'arte e alla identificabilità degli oggetti artistici; le questioni riguardanti l'ontologia dell'arte ovvero i modi di esistenza delle opere d'arte; il tema della rappresentazione e quelli connessi della esemplificazione e della espressione; il problema del valore estetico e le procedure della critica d'arte. I saggi di Paolo D'Angelo, Pietro Kobau, Giovanni Matteucci, Simona Chiodo e Stefano Velotti che compongono questo volume costituiscono la prima introduzione complessiva all'estetica analitica nella nostra lingua, oltre che una guida alle questioni fondamentali che la filosofia incontra quando riflette sull'arte e sulla bellezza in genere.
"Malgrado il perseguimento della repressione antimafiosa - che ha portato all'arresto di molti capomafia come, soltanto nel 2006, Bernardo Provenzano che dal 1993 aveva preso il posto di Salvatore Riina - non si può dire affatto che la situazione sia cambiata in senso positivo. Inoltre, basta ricordare che, a livello parlamentare, soltanto uno dei partiti della sinistra si è opposto, peraltro senza fortuna, all'inclusione nella nuova Commissione parlamentare antimafia di due deputati (gli onorevoli Vito e Pomicino) condannati in maniera definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione. Non c'è insomma a oggi, pur dopo la vittoria elettorale del centrosinistra, una sensibilità comune che ponga la legalità, e quindi la lotta alla mafia, al primo posto. Di qui la sensazione, diffusa nella pubblica opinione democratica, che la lotta alla mafia sia rimasta ancora in una condizione di stallo e di vera e propria impotenza. Eppure attraversiamo, senza dubbio alcuno, un momento decisivo per il futuro del nostro paese." (Nicola Tranfaglia).
Ci sono libri che propongono piacevoli escursioni turistiche nel territorio della logica, ma non consentono di impadronirsi davvero della disciplina. E ci sono manuali di logica scientificamente validi, ma difficili e faticosi. Questo volume propone una via intermedia e si rivolge a chi non sa nulla di logica, proponendosi di condurlo a padroneggiare la morfologia, la sintassi e la semantica della logica elementare. Introduce inoltre alcuni dei nodi logico-filosofici più interessanti del pensiero contemporaneo, dalla contraddizione scoperta da Bertrand Russell nella teoria "ingenua" degli insiemi ai teoremi di incompletezza di Gödel, passando per Wittgenstein, la teoria della verità di Tarski e il "problema del paradosso del mentitore".
Democrazia: un'idea straordinariamente duttile che ha plasmato il corso della storia europea, dalla Rivoluzione inglese a quella francese, dalla Prima guerra mondiale fino alla guerra fredda e al crollo del Muro. Ripercorrendo le ideologie che l'hanno nutrita e sostenuta, Canfora formula la sua tesi: il meccanismo elettorale è ben lungi dal rappresentare la democrazia. Oggi, nel mondo ricco, ha vinto la libertà, con tutte le sue immani conseguenze. La democrazia è rinviata ad altre epoche.
Esiliato dalla Spagna musulmana riconquistata dai cristiani; infaticabile viaggiatore d'Africa al servizio del sultano di Fez; catturato dai pirati e consegnato alle prigioni romane del Papa; convertito al cristianesimo e scarcerato; autore di libri importanti che fecero conoscere l'Africa e l'islam agli europei. Non manca il romanzesco, nella vita di al-Hasan al-Wazzan, più noto come Leone l'Africano, geografo, erudito, avventuriero dalle molte facce vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Natalie Zemon Davis ne segue le tracce e dipana qui tutta la sua storia, ricostruendo le innumerevoli svolte che lo trascinarono da un mondo all'altro e ritorno, sempre in equilibrio tra due culture antagoniste e nemiche.
Scritti probabilmente in una fase della sua vita in cui era ormai lontano dalla politica (62 d.C.), i sette libri del dialogo De beneficiis studiano il rapporto tra il dare e il ricevere e definiscono in base a tale scambio il fondamento di ciò che regola le relazioni degli uomini organizzati in società. Quel che muove a beneficiare gli altri con il nostro dono è riportato a quella ragione che regola tanto le intenzioni e la volontà degli uomini quanto gli stessi avvenimenti naturali. Ma questo testo rappresenta non solo una sofisticata riflessione sulle motivazioni del donare. Attorno all'idea del dono Seneca restituisce tutto intero il sistema dei rapporti etici e politici di una società - quella imperiale - che egli ha tentato di rifondare da precettore e ministro di Nerone, e che in quest'opera descrive nei dettagli, conservandone i tratti fondamentali per la posterità.
Questo libro non è una storia tradizionale della stagione dei movimenti. È un cammino intorno ad alcune questioni che hanno attraversato gli anni sessanta e settanta. Anna Bravo guarda ai contesti di breve e media durata, ai riflessi che le filosofie e le ideologie nate all'epoca o da quell'epoca hanno avuto sulla politica, sulle culture, i comportamenti, la sensibilità. Il suo racconto procede per temi e per sguardi trasversali, dal rapporto (o non rapporto) della nuova cultura con la tradizione al conflitto tra giovanilismo e universalismo studentesco, dalla rottura irriverente degli schemi voluta da studenti, donne e gay al perbenismo di ritorno nelle nuove sinistre, dall'amore declinato in senso politico e sociale alla rivoluzione sessuale, dal dolore nelle sue tante forme, quello dei marginali e quello dei militanti, fino alla violenza, non quella terroristica ma quella di chi è rimasto al di qua dello spartiacque rappresentato dall'aver versato il sangue degli altri.
Nessuna delle categorie giuridiche intorno alle quali si organizza oggi la teoria del diritto può essere considerata semplicisticamente fuori gioco: né la sovranità, né l'ordinamento, né i diritti, né la giurisdizione. Tuttavia, nessuna sembra avere più il significato che le aveva dato la scienza giuridica stratificandosi nei secoli. Da una parte, si parla di degiuridificazione, deregulation, di deroghe e di eccezioni, di regolazione extragiudiziale delle controversie, insomma di svuotamento della capacità ordinativa dello strumento giuridico. Dall'altra, mai come in questo periodo è cresciuta l'enfasi sul nesso diritto-diritti, tanto dal punto di vista delle attese e dei bisogni "dal basso", quanto in funzione della garanzia di un nucleo universalistico minimo di principi e regole di matrice neoilluminista, a fronte del risorgere di conflitti identitari estremi. La realtà è che, a dispetto delle speranze seguite alla caduta del Muro di Berlino, il mondo è stato globalizzato sì, ma non dal diritto. Riprendendo e rinnovando alla luce delle sfide attuali un percorso di ricerca iniziato un trentennio fa con il volume "Decisione e norma", l'obiettivo di questo lavoro è quello di sondare la capacità di alcune categorie centrali della teoria generale del diritto di rappresentare la mobilità del nuovo quadro, senza occultarne ideologicamente l'opacità, restituendo il diritto al ruolo attivo, anche se solo relativamente libero, dei consociati.
Ciò che continuiamo a chiamare sviluppo, l'insieme dei processi economici e sociali che nell'ultimo mezzo secolo ha moltiplicato i redditi individuali degli occidentali, elevato il loro benessere materiale, innalzato il loro orizzonte culturale, esteso gli spazi di libertà e rafforzato la loro partecipazione democratica, si è concluso: anzi si è rovesciato nel suo contrario. Oggi il meccanismo spontaneo della crescita non garantisce però benessere materiale ai cittadini. Piero Bevilacqua passa in rassegna le spie rosse che lampeggiano impazzite nella nostra paradossale "civiltà del benessere". La sua non è la "consueta lamentazione dell'ambientalismo" ma un'indagine su scala mondiale e a vasto spettro di ambiti sociali, alla ricerca di una spiegazione all'inspiegabile: perché nelle società più ricche, come gli Usa e il Giappone, la crescita del reddito monetario degli individui si accompagna a un sensibile aumento della loro privata infelicità, a un perdita sempre più evidente di relazioni sociali, a un impoverimento affettivo dei rapporti umani, al precipitare degli individui in una dimensione di competizione affannosa? Perché il mondo del lavoro richiede ai cittadini una flessibilità che non ha nulla di umano e impedisce una normale pianificazione di vita? Perché nel Terzo Mondo, a fronte dei pochi nuovi ricchissimi, dilaga la miseria e una vera e propria schiavitù di ritorno? Come si spiega la paralisi della politica di fronte a questo panorama dissestato?
Le classi dirigenti italiane, le borghesie, in breve quanti oggi guidano il paese dovrebbero dare il buon esempio alla nazione e mettere mano al cambiamento, migliorando innanzitutto il sistema politico-istituzionale e la democrazia del paese. Ma proprio davanti al compito, chi dovrebbe assumersene l'onere si attarda, incoraggiato dall'ignavia di massa. Tuttavia c'è un'Italia che preme per l'innovazione: un ampio settore dell'élite economica a cui si aggiungono settori di borghesia intellettuale, leader del mondo dell'opinione, ma anche una vasta area di cittadini attivi, competenti e acculturati, che si interessano alla vita pubblica. Le élite politico-istituzionali sono oggi pressate da queste due forze, che chiedono la riforma del sistema. Carlo Carboni si interroga sul vuoto pneumatico che separa sempre più la classe politica dai cittadini, un vuoto alimentato non solo dalla "mediatizzazione" e dalla professionalizzazione della politica, ma anche dall'assenza di ideali nella società postideologica.