Lazarus Averbuch ha diciannove anni e nient'altro che una busta in mano quando una mattina di marzo bussa alla porta del capo della polizia di Chicago. Lazarus è solo uno dei tanti immigrati che provano a tirare avanti nell'America del 1908, un ebreo fortunosamente sopravvissuto ai pogrom dell'Europa orientale e un fratello affettuoso per Olga. Non c'è nulla di minaccioso in lui, vuole solo consegnare quella lettera: ma quando il capo della polizia lo vede - spaventato dalla «fisionomia straniera» del ragazzo - afferra la pistola e lo uccide. Immediatamente le autorità costruiscono il caso del sanguinoso anarchico che voleva attentare alla vita del poliziotto: una motivazione più che sufficiente per dare il via a misure ulteriormente repressive nei confronti degli immigrati.
Quando un secolo dopo, ai giorni nostri, l'aspirante scrittore Vladimir Brik si imbatte nella vicenda di Lazarus, capisce che deve raccontarla: anche lui è un immigrato - è arrivato da Sarajevo poco prima dello scoppio della guerra nei Balcani - e solo riportando in vita il «suo» Lazzaro, strappandolo «alla nebbia della storia e del dolore», riuscirà a placare i fantasmi che lo tormentano. Insieme all'amico Rora - fotografo di guerra, giocatore d'azzardo, gigolò e straordinario bugiardo - si mette sulle tracce di Lazarus in un viaggio che li porterà, come due improbabili cavalieri erranti, ad attraversare l'Europa, dall'Ucraina alla Moldavia, da Bucarest a Sarajevo, in un crescendo di avventure (ma soprattutto disavventure) in cui la frontiera più attraversata è quella tra la realtà e l'immaginazione letteraria.
Si governa male la sintassi, si fanno errori marchiani di ortografia. Il mare della nostra ricca, duttile, stratificata, bellissima lingua, si dissecca spesso nelle strettoie di rigagnoli magri.
Nello stesso tempo molti settori stanno imboccando le vie opposte dell'enfasi, dove un italiano ipereccitato strafà e stradice. Anche la stessa «fonografia realistica» che riscontriamo nella narrativa, nei nostri romanzi che simulano tutti allo stesso modo il parlato, comincia a mostrarsi eccessiva. Meglio potare il troppo e lo spreco, riuscire a «far passare il mare in un imbuto«», diceva Calvino, fissare un onesto numero di mezzi espressivi e con quelli cercare di dire qualcosa di meno generico, piú ricco e complesso. Nel libro largo spazio è dedicato alla grammatica, ai dubbi quotidiani di lingua, ai momenti di «rigidezza» della norma e ai momenti di «libertà» dell'uso. E intanto si mettono in rilievo gli inganni e i sortilegi della parola, eufemismi e falsità, equivoci, etimi e storie curiose, locuzioni idiomatiche vive o malvive, parole perdute, percorsi e prospettive dell'italiano contemporaneo, contatti con altre lingue, l'anglomania in corso, le polemiche e i dibattiti attuali su lingua e dialetto, i linguaggi settoriali, dal politico allo sportivo alle parole dei giovani; infine i libri, la poesia e la prosa, il leggere e lo scrivere.
«La storia dell'Iran è piena di violenza e di drammi: invasioni, conquistatori, battaglie e rivoluzioni. Poiché l'Iran ha una storia piú lunga della maggior parte degli altri paesi, ed è piú grande di molti di essi, questa drammaticità è maggiore. Ma la storia dell'Iran è molto di piú: ci sono religioni, influssi, movimenti intellettuali e idee che hanno cambiato le cose all'interno dell'Iran, ma anche al di fuori di esso, e nel mondo intero. Oggi l'Iran attira ancora l'attenzione, e la nuova situazione suscita molte domande: l'Iran è un aggressore o una vittima? L'Iran è tradizionalmente espansionista o passivo e sulla difensiva? Lo sciismo iraniano è quietista, o violento, rivoluzionario, millenarista? Solo la storia può dare risposte a queste domande. Quella iraniana è una delle piú antiche civiltà del mondo, e sin dall'inizio è stata tra le piú profonde e complesse. Ci sono aspetti della civiltà iraniana che, in un modo o nell'altro, hanno influenzato quasi ogni essere umano nel mondo. Ma spesso non si sa o si è dimenticato come questo sia avvenuto, e si ignora il pieno significato di questi influssi».
In un momento in cui l'Iran è tornato a essere oggetto di attenzione politica da parte di tutto il mondo, questo libro costituisce una guida ideale per comprendere un paese di enorme complessità.
I luoghi comuni devono dire qualcosa, ma quel qualcosa deve essere detto sempre nella stessa forma, e possibilmente sempre con lo stesso tono. Sono a metà tra il genere letterario e la categoria del pensiero e sono applicabili, letteralmente, a qualsiasi possibile campo del sapere (e del non-sapere) umano. Sono gli spot di ciascuno di noi, come quelle pubblicità che ripetono pigramente sempre le stesse cose, senza crederci troppo («da oggi puoi», «è arrivato il nuovo», «scopri i nuovi»), o come certi cliché giornalistici, utili per caratterizzare una notizia, o meglio una serie, senza dover stare a rispiegare tutto da principio. Ma non siamo qui per parlare di luoghi comuni. Siamo qui per parlare di luoghi comuni al contrario, di cui questo volume raccoglie una strepitosa collezione: «La pianura è stata fatale ai due alpinisti». Oppure «Appena svengo vedo il sangue» o «Se ci sono eterosessuali nel calcio, io non ne ho mai visti». O ancora «Il sacrificio è sport». E nell'inversione del luogo comune, spesso, oltre a un senso di profonda comicità, emerge il significato vero e profondo dei luoghi comuni, o, al contrario, la loro totale e incompresa assurdità.
Con più di 70 prose - e una storia - Pamuk mette in scena nelle pagine di questo libro un singolare autoritratto intellettuale costruito con sequenze di frammenti autobiografici, pensieri e "momenti d'essere". Al centro mette la sua città e la sua attività preferita (oltre a quella quasi compulsiva di leggere e scrivere): "guardare fuori dalla finestra", perché le finestre di Istanbul contengono tutte le storie della città - un gesto che dà il titolo al racconto che chiude il volume. Lo scrittore turco riunisce in un continuum narrativo situazioni, idee e immagini che quasi inspiegabilmente non sono mai confluite nei suoi romanzi.
Sei narratori italiani raccontano il nostro tempo e il nostro Paese.
Da un Sud del mondo all'altro: nel lungo racconto Il contrario della morte, di Roberto Saviano, un giovanissimo reduce dall'Afghanistan incontra la sposa di un compagno rimasto ucciso. Anche Maria è molto giovane, troppo per essere vedova, e sa benissimo che cos'è l'amore... Un secolo indietro, un'altra guerra: in Ferengi di Carlo Lucarelli, a Massaua, Colonia Eritrea, agli occhi della serva Aster, che l´amore non lo conosce, gli italiani non fanno bella figura. Fanno paura. Altre serve, o schiave, che forse si libereranno: come Grazia, la protagonista del racconto di Valeria Parrella, Il premio, nell'Italia ancora contadina del secondo dopoguerra. «Si diceva che il suo bambino avrebbe parlato l'italiano, e avuto un bel cognome piemontese». Nella Milano degli anni Ottanta, dove il marcio appare quando meno te lo aspetti, ci porta invece Piero Colaprico con Scala C: all'ex maresciallo Pietro Binda torna in mente una storia di quegli anni, il giorno che il suo nipotino londinese gli chiede, nonno che cos'è il destino? Scatenato, vorticoso, esilarante, Wu Ming mette in scena nel segno della libertà della scrittura, e di un singolarissimo made in Italy, tra l'Italia d'oggi e l'America di Benjamin Franklin, la strana indagine che porta a scoprire chi è davvero American Parmigiano. Conclude il libro una meditazione controcorrente sulla vita solitaria che è anche risorsa, premessa per rimettere a fuoco lo sguardo nell'eccesso di rumore che è il nostro presente, viene da Simona Vinci: Un'altra solitudine.
Sono il ragionier Ugo Fantozzi, che i miei superiori hanno sempre chiamato con disprezzo «Fantocci», alle volte «Pupazzi» e i miei perfidi colleghi «Scagnozzi» e a Natale «Scagazzi». Sono qui con la mia signora Pina, che poi è mia moglie.
Non bella, ma fedele. Una sola volta ella stessa medesima m'ha confessato d'essersi innamorata di Checco il garzone del fornaio sotto casa. Egli medesimo era un botolo con un culo molto basso infilato in un paio di jeans, due ascelle violacee, perché non si lavava mai e che c'aveva un alito tipo fogna di Calcutta. Alla fine di questa storia io alla mia signora, che poi come avete intuito è anche mia moglie, c'ho domandato:
- Ma tu Pina a me mi ami? - Lei fecette una pausa e poi mi dì:
- Io Ugo... ti stimo moltissimo!...
Autobiografia dell'amica e compagna di vita, autobiografia di se stessa in conto terzi, autobiografia di un gruppo di artisti e intellettuali che hanno cambiato la cultura del Novecento. Con quest'opera Gertrude Stein ha scritto tre libri in uno, identificandosi nell'amica, distanziandosi da se stessa (e oggettivandosi), ma soprattutto disegnando l'affresco più affascinante della Parigi artistica e letteraria dell'inizio del secolo fino ai primi anni Trenta: Braque, Matisse, Hemingway, Cocteau e tutti gli altri. E ovviamente Picasso, la sua migliore «invenzione».
Miss Stein era stato il primo motore immobile della nuova letteratura americana, ma non fu mai capace di rendere i suoi coraggiosi esperimenti stilistici - «Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa» - accessibili al grande pubblico.
Per questo la sua produzione rimase divisa in due parti nettamente distinte: da una parte lo slancio cubista di libri come Teneri bottoni e dall'altra i libri come l'Autobiografia in cui scendeva drasticamente a compromessi con i suoi ideali di rottura. Eppure il successo le era arrivato solo con quell'autoritratto ironico e acuto, per cui aveva posato senza saperlo tutta quella che lei aveva ribattezzato «la generazione perduta». Dalla prefazione di Giuseppe Scaraffia
Il modernismo italiano è stato oggetto di molti studi, ma l'interesse per quel movimento che ha rappresentato, forse, la piú profonda crisi del cattolicesimo contemporaneo non si è mai sopito. L'apertura stabilita nel 1998 degli archivi della Congregazione per la dottrina della fede, il nuovo nome assunto nel 1965 dall'antica Congregazione del Sant'Offizio, è stata di grande importanza per gli studi e ha permesso a Guido Verucci di indagare l'aspetto rimasto forse piú in ombra della storia del modernismo: la sua repressione da parte della Chiesa, perseguita con attenzione e rigore lungo almeno quattro papati e ben piú di un trentennio.
Il deliberato tentativo da parte dell'istituzione ecclesiastica di opporsi alla marea montante delle nuove idee, storiche e scientifiche, si tradusse nel controllo e nella censura di centinaia di sacerdoti e intellettuali cattolici, uno sforzo repressivo in cui non mancarono eccessi e ingiustizie, ma che non fece che rimandare quella resa dei conti con la contemporaneità che contrassegna la storia novecentesca della Chiesa cattolica.
L'Italia e la Francia sono stati i paesi in cui maggiore fu la diffusione del modernismo. Ma forse l'Italia è stato quello in cui lo scontro fu piú aspro. Un grande scontro fra la Chiesa, i papi, il Sant'Offizio da una parte, e qualche migliaio forse di sacerdoti e di laici dall'altra.
Uno scontro impari, perché davanti a una Chiesa enormemente rafforzatasi nel corso dell'Ottocento, dotata di una naturale, sostanziale compattezza, non vi era un compatto movimento modernista, un intento comune di complessiva riforma religiosa, ma essenzialmente, e soltanto, vari e diversi tentativi, alcuni piú moderati, altri piú radicali, di proporre e di realizzare un cristianesimo e un cattolicesimo che tenessero conto di quelli che apparivano a molti i risultati della scienza storica moderna. Uno scontro impari anche per la capacità di ricatto dell'istituzione ecclesiastica, sia sul piano dottrinale e religioso, con avvertimenti, minacce, dimissionamenti, sia sul piano economico, con il controllo della congrua.
Ma, come scriveva Giorgio Levi Della Vida a proposito del modernismo, «se la condanna spietata del 1907 lo abbia distrutto per sempre, oppure, come il seme dell'inno di Prudenzio, sia morto e sia stato sepolto per rinascere, è, ovviamente, un'altra storia».
In questa prima lezione Gordon rilegge l¿opera di Primo Levi e altre storie della Shoah alla luce di rappresentazioni letterarie della Fortuna e di aspetti del moderno metodo scientifico, scoprendo nuove immagini della fortuna e del caso in frangenti molto drammatici dove è in gioco la «probabilità» di sopravvivere nel lager.
Quattro secoli di modernità, nel racconto appassionato di un lettore instancabile, con i piedi ben saldi sulla terra e gli occhi rivolti al mondo fuori della scrittura.
Il breviario civile, metafisico e morale di uno dei grandi protagonisti del tempo in cui viviamo.
«Questo libro è la rivisitazione della modernità, da Montaigne e Cervantes fino a Leopardi e a Nietzsche, Descartes, Kant e Hegel, e ancora Tolstoj, Proust, Kafka e Joyce. Un'epoca durata quattro secoli, mai simile a se stessa, sempre in cerca di sperimentare il nuovo, di allargare il respiro delle generazioni, di modificare l'identità senza smarrire la memoria».
Cosí Eugenio Scalfari riassume il suo viaggio attraverso la modernità, che tocca le varie fasi dei tempi moderni, dall'Illuminismo al Romanticismo, dalle avanguardie al nichilismo, dalla razionalità allo scatenarsi delle emozioni e degli istinti.
«La modernità - scrive Scalfari - è stata sconfitta da una sorta di invasione barbarica, ma la storia non finisce, un'altra epoca nascerà come è sempre avvenuto finché l'Homo sapiens riuscirà a guardare il cielo stellato e a cercare dentro di sé la legge morale. A me questo viaggio dentro l'epoca è sembrato un sabba, non di diavoli e di streghe, ma di anime e di stelle danzanti».
"Di mamma ce n'è una sola", ma sono tantissime le sue personalità: dalla mamma dolce e protettiva a quella ossessionata dalle pulizie domestiche; dall'angelo del focolare a quella che da quel ruolo vuole fuggire a tutti i costi, e poi ci sono quelle cattivissime... Sono molti e sfaccettati i volti delle madri protagoniste dei racconti che vengono tematicamente organizzati in questo volume: dalla madre nelle fiabe classiche alla mamma immortalata dalle ansie proustiane; dalla mamma chioccia narrata dal russo Tolstoj alla sospettosa madre della pianista del dublinese Joyce; dalle madri raccontate con sensibilità tutta femminile dalle scrittrici (Giara Sereni, Natalia Ginzburg, Silvina Ocampo, Sandra Petrignani e Alice Munro) a quelle descritte da Svevo, De Roberto, Tozzi, Gadda, Piero Chiara; dalla madre canterina di John Fante, che non vuole proprio credere che il figlio sia un ladruncolo, alla Maria Annunziata di Giulio Mozzi che dopo la morte del figlioletto di quattro anni trova nella vita col fantasma del bambino un'immaginaria e verissima felicità terrena.