Il cittadino fiorentino Lorenzo Guidetti (1439-1519) deve la sua notorietà al fatto di essere stato un allievo di Cristoforo Landino e di avere elegantemente copiato molti codici classici e umanistici che sono tuttora conservati in varie biblioteche europee. Le sue ricordanze personali, scoperte da solo pochi anni nell'archivio privato di una nobile famiglia fiorentina, sono in assoluto il più dettagliato resoconto di un umanista non solo sulla manifattura dei suoi codici manoscritti, ma anche sulla loro circolazione nella Firenze del Rinascimento e sul loro commercio. Questo importante testo viene ora proposto in edizione critica con un'ampia introduzione biografica da Lorenz Böninger, già curatore dell'edizione critica delle Lettere di Lorenzo de' Medici e autore di vari saggi storici e monografie sulla Firenze tardo medievale.
Il volume affronta il problema della nascita dei concetti di patria e nazione prima della formazione dello Stato unitario e, specificamente, nel Settecento: fu infatti nel secolo dei lumi e degli anti-lumi, che, all'interno di un gioco di dialettiche linguistiche e concettuali, affiorarono percezioni e sentimenti di appartenenza nuovi verso le collettività stanziate su uno stesso territorio, segnate dalle medesime origini e tradizioni, e, soprattutto, sottoposte a uno stesso governo e alle medesime leggi. Ritenendo le distinzioni tra "nazioni territoriali", come la Francia e l'Inghilterra, e "nazioni culturali", come la Germania e l'Italia, alla stregua di strumenti concettuali utili alla ricerca ma non per questo necessariamente dotati di validità ontologica, illustri studiosi hanno scelto di percorrere l'impervio terreno dell'indagine empirica, diretta, delle occorrenze di patria e nazione nei testi e nei linguaggi, noti e meno noti, del XVIII secolo, un'età ancora poco indagata da questa prospettiva eppure centrale per chiarire lo svolgersi di quelle dinamiche che, nell'Ottocento, avrebbero poi portato a più mature consapevolezze.
Il volume presenta un fondo ricco di circa 163 periodici, prevalentemente datati tra la seconda metà del XVII secolo e la prima metà del XVIII: si tratta di esemplari molto spesso completi, in gran parte unici a Roma e, non di rado, unici in tutta Italia. Accanto a una netta prevalenza di giornali dotti, il fondo conserva pure giornali di informazione generale in materia di belle-lettere, scienza, storia, religione, vita sociale, con sempre maggiore attenzione all'attualità. Il periodico, strumento per eccellenza di circolazione e di organizzazione della cultura, di piccolo formato, a volte anche tascabile, permette di ricostruire e indagare la ricchezza e i momenti significativi della storia culturale d'Europa nel Settecento.
Il saggio di Tecla Navarra Masi (1892-1936) su La rivoluzione francese e la letteratura siciliana che Gobetti rilevò da una libreria editrice di Noto, dove era uscito con scarsa fortuna nel 1919, era presentato da Giovanni Gentile nella prefazione come un "nuovo, e assai pregevole esempio" di studi orientati a scrivere sul passato siciliano "una storia che non è più regionale". Nel saggio si rilevava l'estraneità delle élites intellettuali siciliane alle idee illuministiche e il ritardo con cui vennero accolte alcune istanze riformatrici, pervenendo infine alla costituzione liberale del 1812. La scrittrice metteva in rilievo l'attività dei personaggi che ebbero il coraggio di proporre l'abolizione di tutte le "esenzioni feudali" e di aggiornare la carta costituzionale, rimanendo largamente minoritari in una cultura il cui rappresentante più tipico fu il poeta e drammaturgo palermitano Giovanni Meli (1740-1815).
La raccolta di articoli e scritti "Popolarismo e fascismo" fu ultimata da Luigi Sturzo nel dicembre 1923; nel gennaio 1924 Gobetti annunciava il libro dicendo che il momento storico imponeva ai partiti "di organizzarsi e di rimanere fermi alle proprie idee, alle posizioni intransigenti, per creare i quadri della lotta politica di domani". Pubblicarlo nelle edizioni gobettiane significava per Sturzo far conoscere la storia, il pensiero e le battaglie dei popolari, utilizzando uno strumento editoriale in grado di penetrare in ambiti culturali e politici di tradizione liberale, laica, risorgimentale, democratica. Particolare rilievo ha il quarto capitolo, che riporta il discorso pronunciato al congresso di Torino il 12 aprile 1923 contro la umiliante collaborazione dei popolari al governo Mussolini. Ma, per le pressioni delle gerarchie vaticane, Sturzo dovette prima dimettersi da segretario del PPI e poi, nell'ottobre 1924, lasciare l'Italia per un lungo esilio.
"Pensiero antifascista", pubblicato da Gobetti nel marzo 1925, poco prima di "La libertà in Italia" dello stesso autore, raccoglie gli ultimi scritti della battaglia politica svolta in Italia da Luigi Sturzo. Suddiviso in tre sezioni, la prima (Battaglie ed indirizzi popolari di politica generale) è centrata sulle differenze fra popolarismo, clericalismo e fascismo, la seconda e la terza (Problemi speciali e Studi critici) sono ricche di approfondimenti su svariati temi: dalla questione meridionale al laburismo inglese, dai problemi amministrativi alla dilagante crisi morale. Il libro ha una rilevanza non solo per la ricostruzione dei nessi storici e dottrinari del popolarismo, ma è anche una riflessione sul senso profondo da dare alla libertà e alla democrazia, e sul rapporto indipensabile tra morale e politica.
Il tema principale di questa opera è lo sviluppo parallelo del calcolo e della meccanica nel Settecento, a volte nei suoi aspetti più tecnici ma, soprattutto, avendo come specifico riferimento le correlazioni tra idee matematiche e idee filosofiche. Il volume idealmente segue il precedente, "Da Talete a Galileo ed un po' oltre", ma può esser letto indipendentemente dal primo di cui conserva l'ambizione di voler parlare di matematica agli uomini di cultura. Essendo però le idee qui coinvolte più complesse è forse richiesto un maggiore impegno da parte del lettore che vedrà aumentare la successione di formule. Ma, con qualche sforzo supplementare, egli scoprirà come quello che viene ritenuto l'arido linguaggio matematico sia essenziale a rendere chiare e precise non solo le idee fondamentali in gioco ma, soprattutto, le loro interrelazioni e, forse, apprezzerà l'efficienza, la semplicità e l'armonia presente nella costruzione di questo linguaggio.