Le donne sono forti e gli uomini fragili. Fragili
perché, a differenza di una donna, un uomo
non sa stare solo; per un motivo o per un altro,
cerca compagnia e chiede consiglio agli amici.
“Mario, mi sento solo. Che devo fare?”
“Fatte un cane!”
“Ma io vorrei una compagnia femminile.”
“E fatte un cane femmina!”
Tu non sai ancora, caro amico, quanta ragione
aveva Mario, ma col tempo te ne accorgerai.
Ti sei mai domandato perché le vedove sono molto più numerose dei vedovi? Perché le donne, è inutile, sono più forti degli uomini: ti seppelliscono. Dai un’occhiata alle pagine di cronaca e ne avrai una inequivocabile conferma: Lourdes: Miracolata al posto del marito malato Pesaro: Spara alla moglie con fucile da caccia. Il rinculo gli fa perdere l’equilibrio, sbatte la testa e muore. Lei salva E persino nei pochi casi in cui il marito sembra avere la meglio… Campobasso: Muore durante il funerale della moglie Ma fosse solo una questione di vita o di morte… No, è peggio: da quando commetti l’errore di fidanzarti e, poi, di sposarti, le donne non lasciano passare istante senza massacrarti e, appena cerchi di dire timidamente la tua, subito lanciano il loro grido di guerra perforante, fatto di una sola lettera, Mmmmmmmm! E tu, che fai? Chini il capo, come il sabato al supermercato dove osi carezzare l’idea proibita di comprarti un crème caramel, o la domenica, quando pensi di meritarti un po’ di riposo ma lei ti passa addosso con l’aspirapolvere turbo. Ecco perché, almeno all’estero, qualcuno s’ingegna… Russia: Si gioca la moglie a carte e la perde Maurizio Battista si definisce “comico patentato con obbligo di lenti”. In altre parole, legge i giornali e osserva la realtà con tanto d’occhiali e ne mette in luce il lato surreale ed esilarante. In questo suo primo libro racconta i rapporti di coppia, riprendendo ed estendendo alcuni suoi pezzi forti che hanno schiantato dalle risate teatri interi. Dopo averlo letto, persino i tuoi sabato al supermercato ti faranno meno tristezza.
Da Federico II
a Spinoza,
da Machiavelli a Hobbes:
il paradossale libro sacro
dei miscredenti
che nasce, si diffonde,
incrocia i destini
di principi e filosofi.
Primo luglio 1239: Gregorio IX accusa l’imperatore Federico II di avere dichiarato che il mondo intero è stato ingannato da tre impostori, Gesù, Mosè e Maometto. Poco dopo l’insinuazione del papa, si diffonde una voce ancora più inquietante: Federico II e il suo braccio destro, Pier delle Vigne, avrebbero scritto un trattato in latino, il De tribus impostoribus, sostenendo questa tesi empia. Eppure nessuno ha visto il libro maledetto. E per secoli nessuno lo vedrà, anche se di volta in volta il manoscritto fantasma sarà attribuito a personaggi eterodossi da screditare: da Machiavelli a Ramo, da Bruno a Hobbes, dall’Aretino a Spinoza. Finché nel 1719, in Olanda, accade l’imprevedibile: il Trattato dei tre impostori viene stampato in francese. Ma un interrogativo grava sulla pubblicazione: è davvero l’opera di cui si parla dal Medioevo, o è una semplice truffa commerciale, un’impostura sull’impostura? In un saggio appassionante come un giallo storico Georges Minois, brillante studioso della cultura, scioglie questo e molti altri enigmi, ripercorrendo le tappe principali della vicenda complessa che da una calunnia ha portato alla nascita della “Bibbia dell’ateo”. Un documento contraddittorio quanto misterioso che, per un curioso gioco della Storia, fi - nisce con l’avere almeno un aspetto in comune con il Dio contro cui si scaglia: sulla sua natura, e sul mistero della sua esistenza, non si smette di interrogarsi.
Secondo un'antica tradizione tibetana, per purificare il nostro spirito e ritrovare l'equilibrio perduto dobbiamo camminare in solitudine per tre giorni di seguito nel bosco, osservando e ascoltando ciò che avviene intorno a noi. Il bosco è un continuo fruscio di desideri legati al cielo: qualcuno, rimasto impigliato tra i rami e le foglie, può essere esaudito durante il cammino.
Autore dell'Enigma dei numeri primi
L'avventura di un matematico nei segreti della simmetria
Un viaggio emozionante in un mistero della matematica e nella mente di uno dei suoi più brillanti divulgatori.
Un affascinantissimo libro: non sarò mai capace di trovare il prossimo numero primo ma mi sono sorpreso a sfiorare vertigini metafisiche.
— Umberto Eco su L'enigma dei numeri primi
Nel 1770, il quattordicenne Mozart si trovava in Italia per un giro dell'Europa assieme a suo padre. Il Giovedì Santo, andò ad assistere alla funzione celebrata nella Cappella Sistina per ascoltare il celebre Miserere di Allegri, l'incantevole pezzo corale che, per esplicito decreto del papa, poteva essere eseguito solo a Roma durante la Settimana Santa. Il ragazzo ne rimase talmente colpito che, tornato nel suo alloggio, si mise a sedere e scrisse di getto, basandosi su quanto ricordava, l'intero spartito a nove voci. Fu solo la prodigiosa memoria del giovane musicista a rendere possibile questa impresa? Ne Il disordine perfetto, Marcus du Sautoy mostra che l'atto di ricrearlo non fu tanto un merito della sua memoria, quanto piuttosto una conseguenza della straordinaria capacità di Mozart di cogliere la struttura logica interna della composizione, di catturarne la simmetria e di sfruttarla per ricostruire il pezzo a partire da quegli elementi che gli erano rimasti impressi. Ma quello di Mozart è solo uno degli infiniti esempi della potenza della simmetria, una caratteristica che pervade e anima ogni aspetto del mondo naturale e umano: dalle molecole esotiche di carbonio alle pietre di Stonehenge, dai mosaici di Alhambra ai codici informatici, dai coralli del Mar Rosso ai solidi platonici, dai virus alla musica fino al funzionamento stesso della mente umana, che sembra programmata per cercare ovunque le tracce di questo contrassegno essenziale della realtà. Nel suo libro, du Sautoy ci propone un viaggio nell'universo della simmetria e delle sue varie sfaccettature che è, al contempo, un viaggio nell'avvincente lavoro svolto dalla matematica per comprenderla, interpretarla e classificarla — soprattutto negli ultimi due secoli, dalle ricerche di Galois all'Atlante di Cambridge, fino all'incontro con il Mostro, un «atomo di simmetria» che esiste in uno spazio di 196.833 dimensioni. E, nell'intreccio di questi due aspetti, l'autore ha modo di presentare anche il suo personale cammino in questo mondo, offrendoci un'esperienza concreta di che cosa significhi fare matematica. «La scienza» afferma l'autore «ha a che fare con la scoperta, ma anche con la comunicazione. È difficile dire di avere un'idea se non si è in grado di risvegliare questa stessa idea nella mente di un altro.»
Questo libro piacevolissimo esplora una delle
domande più affascinanti e cruciali della fisica
fondamentale: perché la matematica è così
efficace nel descrivere la natura?
David Gross, premio Nobel per la Fisica 2004
La matematica è un prodotto dell’ingegno umano o una sua scoperta? E se si tratta di invenzione, come può rispecchiare così bene le regole di funzionamento del mondo? Su queste domande gli studiosi riflettono da sempre: da Pitagora a Einstein, fino ai giorni nostri. Più le nostre conoscenze scientifiche si sviluppano e più ci rendiamo conto che formule elaborate dalla ricerca pura, anche molto prima che se ne intravedesse un uso pratico, descrivono con precisione le leggi dell’universo. La matematica sembra essere addirittura in anticipo sulle altre scienze: onnipresente e onnisciente. Qual è il mistero di tanta “irragionevole efficacia”? Mario Livio ripercorre con vivace curiosità le avventure, i pensieri e gli accesi dibattiti delle grandi menti del passato: geni che non a caso furono insieme matematici e mistici, astronomi, fisici, sociologi e alchimisti. Secoli di interrogativi, conclude l’autore, ci hanno regalato almeno una certezza: se Dio esiste, di sicuro è un matematico integralista.
Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d’uscita. Poi un giorno arriva l’amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l’amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male.
Attraverso gli occhi di due ragazzine che diventano grandi, Silvia Avallone ci racconta un’Italia in cerca d’identità e di voce, apre uno squarcio su un’inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più. E lo fa con un romanzo potente, che sorprende e non si dimentica.
“Se non puoi essere bella, devi essere almeno
buona. Ti apprezzeranno per questo.”
Jameela non è bella, è buona e gentile, è molto
decisa, è sola. Per fortuna può contare sul
ricordo della madre e dei suoi insegnamenti.
Per fortuna: perché è dura sopravvivere
a Kabul quando il padre e la matrigna la
abbandonano al mercato come un oggetto
senza valore. Un romanzo forte e commovente,
che prende spunto da una vicenda realmente
accaduta e appassionerà tutti coloro che
hanno amato Sotto il burqa.
Afghanistan, dopo la caduta del regime talebano. Jameela ha undici anni, vive in un villaggio poverissimo, non è mai andata a scuola ma ha sempre desiderato farlo. Quando la mamma muore, suo padre decide di trasferirsi a Kabul in cerca di fortuna. Incapace di guadagnarsi da vivere, si risposa con una vedova benestante e senza cuore. Jameela è costretta a lavorare duramente in casa, senza mai essere accettata, fino al giorno in cui per volere della matrigna viene abbandonata al mercato. Da lì Jameela finisce in orfanotrofio, ma è una ragazzina forte e non si lascia abbattere; sua madre le ha donato principi saldi grazie ai quali riesce ad affrontare le difficoltà. Come desiderava, impara a leggere e a scrivere, e studia con impegno perché sa ciò che vuole: un futuro di indipendenza, la stima di sé, il rispetto degli altri.
Chi era Artmidoro di Efeso?
Perché si mise in Viaggio?
E cosa ha a che fare
con l’erudito ottocentesco
Costantino Simonidis?
Un’indagine appassionante
su un personaggio
sfuggente e misterioso
che dall’antica Grecia
arriva fino ai giorni nostri
Artemidoro di Efeso, il più grande geografo di età ellenistica, resta un personaggio enigmatico. La sua vastissima opera in ben undici libri è andata perduta, ma le sue tracce sopravvivono, e vanno interrogate. Lo ha fatto Luciano Canfora in questo saggio suggestivo e coinvolgente. Dalla difficile missione diplomatica a Roma al lungo viaggio a Occidente, oltre le Colonne d’Ercole, al ritorno a Oriente: fino alla costa etiopica, ai margini di un mondo nel quale verità e leggenda si mescolano e abbagliano. La dolorosa perdita della prima descrizione del mondo dovuta a questo antico, infaticabile viaggiatore può essere risarcita dallo sconcertante papiro emerso dalle nebbie una quindicina d’anni fa e attribuito in tutta fretta ad Artemidoro? Questo libro risponde al quesito attraverso una grande inchiesta. Ricompone i pezzi del puzzle e approda in ambienti politico-intellettuali europei dell’Ottocento, al centro dei quali si muove, con inquietante disinvoltura, il greco Simonidis, uno dei più grandi falsari del suo tempo. Ed è seguendo le sue tracce che Canfora giunge a svelare la “prova” che pone la parola fine all’affascinante enigma sulla paternità del misterioso papiro.
“Ritrovare” l’autore che non c’è più, riempire un vuoto, è la spinta principale alla creazione del “falso”. Lo raccontammo in un precedente libro (La storia falsa) apparso in questa collana. E fu il secolo XIX, nel campo dei manoscritti, il secolo dei falsi così come il XX lo fu per le opere d’arte. Le stesse, benemerite, raccolte di frammenti di autori perduti erano, in tal senso, quanto mai suggestive.
Ci fu chi si diede a occasionali cimenti e chi invece lo fece con metodo e per “mestiere”.
E ci fu uno che volle riportare in vita i geografi greci che non c’erano più. Artemidoro parve, a quel virtuoso, cui è dedicata la seconda parte di questo libro, un terreno su cui edificare e un modello in cui rispecchiarsi. Egli incominciò presto a frequentarlo immettendo frammenti noti di lui nelle proprie opere. Poi un disegno maggiore prese corpo. E nel fare un Artemidoro egli ricorse ai manoscritti principali dei geografi, di cui era avido cercatore. Da quei manoscritti mutuò persino i simboli che immise nel suo. Alcuni (il Vatopedi 655 del Monte Athos) li aveva anche materialmente saccheggiati.
Perché lo fece? Per porsi nel solco di una tradizione erudita e patriottica della Grecia “oppressa”? Per emulare figure del secolo precedente quali Meletios o Niceforo Theotokis? Per colmare, con uno stravagante para-Artemidoro, un vuoto nella raccolta (canonica per i greci) degli Zosimadai (Vienna 1807) modellata su quella, insuperata, di John Hudson (Oxford 1698), dove per l’appunto il maggiore geografo ellenistico ovviamente mancava?
Film come Erin Brockovich e Il socio
insegnano che quando la legge
dà spettacolo la giustizia trionfa.
Ma sarà vero?
Il cinema americano ci ha abituati a pensare che la giustizia la fanno gli avvocati. Arringhe che commuovono le giurie, virtuosismi oratori, gestualità, presenza scenica: tecniche grazie alle quali i principi del foro riescono sempre a scagionare gli innocenti e a sbattere in galera i colpevoli. La realtà, inutile dirlo, è diversa. A spiegarcelo, attraverso aneddoti personali e fatti di cronaca, è Remo Danovi, avvocato da sempre interessato a ricostruire il profilo storico e culturale degli uomini di legge e, in particolare, della sua categoria. In Processo al buio ha scelto di farlo rileggendo piccoli e grandi classici del legal thriller, genere che al cinema ha visto il successo di pellicole come Il verdetto e Presunto innocente, film che diventano pretesti per riflettere non solo sulle improbabili ricostruzioni cinematografi che, ma sui problemi e le storture della giustizia di ogni giorno: il tutto attraverso la lente di un’etica intesa come il diritto degli altri. Capolavori immortali come Rashomon e La parola ai giurati o campioni d’incassi come Erin Brockovich e Il socio non solo hanno arricchito l’immaginario di generazioni di spettatori, ma hanno contribuito a dar forma alla nostra percezione della legge, del ruolo degli avvocati e dell’etica che li guida. Ecco perché ripensare a questi film non è un semplice esercizio di cultura cinematografica, ma piuttosto è un modo per capire cosa resta del nostro senso della legalità e della nostra capacità di distinguere fra giusto e sbagliato.
Antonio Debenedetti si conferma un maestro indiscusso del racconto italiano.
Sandro Veronesi
Una modella bellissima e misteriosa è vittima di un omicidio involontario. Un terrorista degli anni di piombo fa i conti con il proprio fallimento. Il giovane Abel incontra in chat una donna e un destino spietato. Dal fascismo alla contestazione studentesca, dall’Italia democristiana a quella disorientata di oggi, con il suo paesaggio urbano quasi irriconoscibile, i racconti di questa antologia gettano uno sguardo disincantato su oltre mezzo secolo di storia del nostro Paese. Dalla pagina di Antonio Debenedetti, dallo stile che gli è valso il paragone con i grandi della letteratura novecentesca, affiora una curiosità vorace per l’uomo e le sue contraddizioni – il desiderio, la tenerezza, la solitudine, il rancore, la paura e la perversione. Crudele perché splendidamente a fuoco, la sua scrittura fa pensare, secondo le parole di Alberto Moravia, a “una musica da camera disinteressata e ambigua, che quando finisce si rimpiange che non continui”.
Ci spinge la speranza che la domanda sulla responsabilità
personale dell’uomo nei confronti della sua morte possa
essere posta in maniera nuova e sobria, degna e moralmente
seria, al di là di ogni dogmatismo e di ogni fondamentalismo.
Hans Küng e Walter Jens
Nel 1995, anno della sua prima edizione, questo saggio ha scatenato aspre polemiche e discussioni accese, tanto da diventare un punto di riferimento imprescindibile, un classico ampiamente diffuso e tradotto. Il teologo Hans Küng e lo storico della letteratura Walter Jens discutevano di una morte che viola la dignità dell’uomo: quella che spegne, talvolta dopo sofferenze prolungate artificialmente dalla medicina, un corpo e una mente piagati da malattie incurabili. Da allora i dubbi, i timori, la diffidenza che accompagnano le pratiche di eutanasia non si sono placati; Chiesa, politica, e morale faticano ancora a trovare un punto d’incontro. E Walter Jens oggi sta vivendo in prima persona il dramma su cui si interrogava: affetto da alcuni anni da demenza senile, è sprofondato in un mondo al di là del pensiero, al di là delle parole. Nei contributi inediti di questa nuova edizione, Hans Küng, insieme a Inge Jens – la moglie di Walter, che racconta la sua sofferenza e la sua disperata ricerca di una direzione da seguire – tira le fila del dibattito attuale e lancia un appello per una discussione oggettiva, che metta al primo posto l’uomo e la sua volontà, e sopratutto che riconosca al malato la libertà di scegliere come lasciare questo mondo.
Il Signore mi ha rivelato esser suo
volere che io fossi un pazzo nel mondo:
questa è la scienza alla quale Dio
vuole che ci dedichiamo.
Francesco d’Assisi
Esiste un rapporto tra follia e santità? Un santo è per molti un esempio: ha vissuto nell’imitazione di Gesù, ha operato miracoli e ora siede nei cieli avendo raggiunto la perfezione umana; niente sembrerebbe più distante dal folle, il cui comportamento non è certo un modello, e che per secoli è stato considerato un posseduto dal demonio. Eppure i santi seguono una vita per molti aspetti folle: rifiutano i beni terreni, mortificano il proprio corpo e accettano il dolore come un dono. E, al contempo, la concezione medica e sociale di pazzia è mutata nel tempo, chiarendo quanto essa dipenda anche dalla cultura dominante. Non è allora possibile che il malato di mente sia incompatibile più con la vita terrena che non con il regno dei cieli? Andreoli fa un viaggio tra i santi per leggerli alla luce della follia, così come viene intesa oggi, fondendo le proprie competenze di psichiatra e al contempo la forte impronta culturale che da sempre contraddistingue i suoi studi, e rileggendo così l’uomo e il santo in maniera originale e inaspettata.