«Nel 1962 esce nelle librerie francesi, La pensée religieuse du Pére Teilhard de Chardin per l'editore Aubier, il primo di una serie di testi dedicati da Henri de Lubac al pensiero e alla figura del celebre gesuita paleontologo di Orcines, che costituiscono una parte piccola ma non indifferente nella vasta produzione del teologo francese. Il libro fu un successo immediato e se pure ristampe e traduzioni furono per un tempo bloccate dalle autorità ecclesiastiche, conobbe velocemente una grande diffusione. Il testo di de Lubac si impose nel dibattito che in quegli anni imperversava attorno all'opera e alla figura di Teilhard de Chardin per l'autorevolezza e il rigore e rimane ad oggi, insieme agli scritti che seguirono negli anni immediatamente successivi, uno strumento imprescindibile per avvicinarsi correttamente al complesso e difficile linguaggio teilhardiano. L'interesse di questi testi per il lettore di oggi va ben al di là di quello storico. Certamente sono ricchi di elementi per la ricostruzione del dibattito culturale del tempo. Ma vi si trova molto di più, grazie alla guida raffinata e documentata di de Lubac, si prende conoscenza di alcune profonde intuizioni teologiche di Teilhard che ancora oggi sono di stimolo per il cristiano, per la Chiesa. Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) fu senza dubbio uno degli intellettuali più influenti del XX secolo e paradossalmente anche uno dei meno compresi. Gesuita e paleontologo si impegnò per tutta la sua vita a mostrare l'armonia tra le nuove scoperte della scienza e la Tradizione cristiana, provocando interesse, entusiasmo ma anche una diffidenza che dura fino ad oggi. 'Troppo cattolico' per i laici e troppo aperto alla scienza moderna per molti cattolici, restò sostanzialmente inascoltato, in contrasto con il successo globale conseguito e nonostante il fascino che il suo pensiero invariabilmente ha suscitato e continua a suscitare». (dall'Introduzione di Alberto Palese alla Sezione settima dell'Opera Omnia)
La GS, Gioventù Studentesca, di Luigi Giussani, fu negli anni ’50 e ’60 uno shock dentro la Chiesa. CL, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, fu uno shock nella società civile, a partire dalle università, dove ebbe inizio. Mondo universitario e società civile più abituati alla dialettica destra-sinistra sono sorpresi da un movimento che porta nelle università post sessantottine un annuncio cristiano culturalmente attrezzato che forma comunità negli ambienti universitari e invita a un impegno sociale. Poi CL diventa vastissima, internazionale, irriconoscibile per alcuni, opportunità economico-politica per altri. Ma quali istanze portava CL delle origini? Cosa si è perso per strada, ma anzitutto cosa non fu percepito e forse può ancora interpellarci? Lo abbiamo chiesto a persone diverse, interne ed esterne alla nascita del movimento di CL, ma tutte ugualmente impegnate in quel periodo della nostra storia: chi ha partecipato a fondarla, chi l’ha vissuta da cristiano dal di fuori, chi l’ha incontrata da agnostico, chi l’ha vista forse “bloccarsi” e ha ripreso con libertà quelle istanze per altre strade.
Hasan Hanafi è uno dei maggiori filosofi arabo-musulmani del Novecento, ma le sue opere sono scarsamente tradotte nelle principali lingue europee. Questo libro vuol porre riparo almeno parzialmente a tale lacuna, presentando al lettore italiano una breve ma significativa silloge di articoli che lumeggiano la sostanza della sua riflessione, profondamente innovativa nel mondo arabo-musulmano e intrinsecamente rivoluzionaria. In essa l’uomo acquista dalla trascendenza di Dio la piena libertà di essere agente e attivamente impegnato nella lotta per la giustizia e l’emancipazione in questo mondo terreno, senza proiettare la speranza del riscatto in un improbabile aldilà paradisiaco. In tale prospettiva, è evidente come nulla davvero della teologia della liberazione di Hanafi sia rimasto in al-Qaeda e nell’isis e in tutte quelle organizzazioni che agitano l’Islam come mistificazione religiosa di intenzioni umane-troppo-umane, piuttosto che come una forza ideologica progressista che cambia lo stato di cose presente.
Hanna Lévy-Hass scrisse il suo diario a Bergen-Belsen quando ancora sperava in un mondo migliore. «Si scrivono così tanti libri», diceva spesso, «se non si ha nulla di veramente eccezionale da dire, non ha senso scrivere». Il suo scrivere aveva un senso – documentare e ricordare avevano un ruolo nella costruzione di un mondo «che sarà bello». Il suo successivo silenzio fu una costante ammissione che il mondo del dopoguerra non era affatto nuovo. Hanna, di famiglia ebrea sefardita, nata e cresciuta a Sarajevo nella ex Jugoslavia (oggi Bosnia-Erzegovina), fu internata nel campo di Bergen-Belsen nel 1944 e, per una serie di coincidenze, fu tra le poche persone a sopravvivere. Il suo diario sulla prigionia, che venne pubblicato per la prima volta in Italia solo all’inizio degli anni Settanta, è una testimonianza unica e perciò ancor più preziosa sulle fasi finali del sistema concentrazionario nazista.
Storia ed espressione dalla Rus' di Kiev al grande impero
“Si addice a un testo della letteratura, tanto venerabile quanto sfortunato – in amore di moderni e giovani lettori – e per di più gravato, reso distante, da un troppo di ossequio religioso e dai commenti accumulati, come I Promessi Sposi, un disegno che si provi a darne oggi, secolo XXI, illustrandolo, un’idea efficace? Questa, di Federico Maggioni, è certamente una grandiosa lotta di Giacobbe dell’arte di disegnare – e il Libro, come la Sainte Victoire e il monte Fugi, è là. E ad Alessandro un’illustrazione interpretante, estravagante e genialmente forzatrice (di cui avrebbe ambiguamente sorriso) come questa non soltanto si addice: gli urge, ne va cavalcato, gli è riossigenatura necessaria. Perseguendo un suo proprio sogno, Maggioni ci dà una interpretazone di rottura col déjà vu promessosposista che tira a trattenere il libro in un xix dai cancelli incurabili. Per riaccenderlo spegnendo i vecchi ceri, Maggioni stravolge Manzoni con accentuazioni e pressioni incessanti del segno: l’ironia librata e il tacito straniamento dello stile manzoniano, ben noti a chi lo ama, faticano a riconoscersi tali – ma intanto il nuovo (sperabile) lettore è costretto a riappropriarsi del testo, sotto il filtro ipnotico delle figure.” Dalla Prefazione di Guido Ceronetti.
Diversi fattori hanno eroso negli ultimi lustri le caratteristiche del sistema sociopolitico del nostro paese. Il volume analizza tali fattori, come il crescente disinteresse per la politica, le elezioni e la vita di partito.
"Surin colpisce innanzitutto per la sua lucidità: una chiarezza ardente e incisiva. Non si tratta di perspicacia, che è acutezza nell’analisi psicologica; non è nemmeno, per essere esatti, quella penetrazione che tende ad approfondire il sapere. In lui la lucidità è intelligenza dell’esperienza; essa vi discerne, in modo sempre più acuto, il vero dal falso. La chiarezza dell’esposizione si ricollega qui alla fermezza di una scelta assoluta e costante. Quando scrive, Surin non mira a costruire un sistema teologico e tanto meno a descrivere degli stati interiori. Come non sono trattati dottrinali, le sue opere non sono nemmeno delle esposizioni o delle descrizioni psicologiche. Senza lasciare il dominio dei fatti, egli avvia una «scienza sperimentale » della vita spirituale".