Documento. MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE. 1° gennaio 2015 -
Articolo. CIRCONCISIONE E CROCE DI CRISTO -
Articolo. RISCHIO E RESISTENZA: CINQUANT'ANNI DI DIALOGO INTERRELIGIOSO NELLA CHIESA CATTOLICA -
Articolo. LA PRIMA ESPANSIONE DEL CRISTIANESIMO NEL CONTESTO STORICO DELLA «PAX AUGUSTEA» -
Focus. L'AVVENIRE DEI CRISTIANI IN MEDIO ORIENTE. Una prospettiva dalla Terra Santa -
Vita della Chiesa. PAPA FRANCESCO ALLA 2A CONFERENZA DELLA FAO SULLA NUTRIZIONE -
Vita della Chiesa. IL PAPA A STRASBURGO: DIGNITÀ E DIVERSITÀ -
Note e Commenti. IL SILENZIO SECOLARIZZATO -
Arte Musica Spettacolo. «SI ALZA IL VENTO», UN FILM DI HAYAO MIYAZAKI -
Rassegna bibliografica. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA -
Documento
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE. 1° GENNAIO 2015
Non più schiavi, ma fratelli
1. All’inizio di un nuovo anno, che accogliamo come una grazia e un dono di Dio all’umanità, desidero rivolgere, ad ogni uomo e donna, così come ad ogni popolo e nazione del mondo, ai capi di Stato e di Governo e ai responsabili delle diverse religioni, i miei fervidi auguri di pace, che accompagno con la mia preghiera affinché cessino le guerre, i conflitti e le tante sofferenze provocate sia dalla mano dell’uomo sia da vecchie e nuove epidemie e dagli effetti devastanti delle calamità naturali. Prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà per la promozione della concordia e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità.
Nel messaggio per il 1° gennaio scorso, avevo osservato che al «desiderio di una vita piena […] appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare» (1). Essendo l’uomo un essere relazionale, destinato a realizzarsi nel contesto di rapporti interpersonali ispirati a giustizia e carità, è fondamentale per il suo sviluppo che siano riconosciute e rispettate la sua dignità, libertà e autonomia. Purtroppo, la sempre diffusa piaga dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ferisce gravemente la vita di comunione e la vocazione a tessere relazioni interpersonali improntate a rispetto, giustizia e carità. Tale abominevole fenomeno, che conduce a calpestare i diritti fondamentali dell’altro e ad annientarne la libertà e dignità, assume molteplici forme sulle quali desidero brevemente riflettere, affinché, alla luce della Parola di Dio, possiamo considerare tutti gli uomini «non più schiavi, ma fratelli».
In ascolto del progetto di Dio sull’umanità
2. Il tema che ho scelto per il presente messaggio richiama la Lettera di san Paolo a Filemone, nella quale l’Apostolo chiede al suo collaboratore di accogliere Onesimo, già schiavo dello stesso Filemone e ora diventato cristiano e, quindi, secondo Paolo, meritevole di essere considerato un fratello. Così scrive l’Apostolo delle genti: «è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 15-16). Onesimo è diventato fratello di Filemone diventando cristiano. Così la conversione a Cristo, l’inizio di una vita di discepolato in Cristo, costituisce una nuova nascita (cfr 2 Cor 5,17; 1 Pt 1,3) che rigenera la fraternità quale vincolo fondante della vita familiare e basamento della vita sociale.
Nel Libro della Genesi (cfr 1,27-28) leggiamo che Dio creò l’uomo maschio e femmina e li benedisse, affinché crescessero e si moltiplicassero: Egli fece di Adamo ed Eva dei genitori, i quali, realizzando la benedizione di Dio di essere fecondi e moltiplicarsi, generarono la prima fraternità, quella di Caino e Abele. Caino e Abele sono fratelli, perché provengono dallo stesso grembo, e perciò hanno la stessa origine, natura e dignità dei loro genitori creati ad immagine e somiglianza di Dio.
Ma la fraternità esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità. In quanto fratelli e sorelle, quindi, tutte le persone sono per natura in relazione con le altre, dalle quali si differenziano ma con cui condividono la stessa origine, natura e dignità. È in forza di ciò che la fraternità costituisce la rete di relazioni fondamentali per la costruzione della famiglia umana creata da Dio.
Purtroppo, tra la prima creazione narrata nel Libro della Genesi e la nuova nascita in Cristo, che rende i credenti fratelli e sorelle del «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), vi è la realtà negativa del peccato, che più volte interrompe la fraternità creaturale e continuamente deforma la bellezza e la nobiltà dell’essere fratelli e sorelle della stessa famiglia umana. Non soltanto Caino non sopporta suo fratello Abele, ma lo uccide per invidia commettendo il primo fratricidio. «L’uccisione di Abele da parte di Caino attesta tragicamente il rigetto radicale della vocazione ad essere fratelli. La loro vicenda (cfr Gen 4,1-16) evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uniti, prendendosi cura l’uno dell’altro» (2).
Anche nella storia della famiglia di Noè e dei suoi figli (cfr Gen 9,18-27), è l’empietà di Cam nei confronti del padre Noè che spinge quest’ultimo a maledire il figlio irriverente e a benedire gli altri, quelli che lo avevano onorato, dando luogo così a una disuguaglianza tra fratelli nati dallo stesso grembo.
Nel racconto delle origini della famiglia umana, il peccato di allontanamento da Dio, dalla figura del padre e dal fratello diventa un’espressione del rifiuto della comunione e si traduce nella cultura dell’asservimento (cfr Gen 9,25-27) con le conseguenze che ciò implica e che si protraggono di generazione in generazione: rifiuto dell’altro, maltrattamento delle persone, violazione della dignità e dei diritti fondamentali, istituzionalizzazione di diseguaglianze. Di qui, la necessità di una conversione continua all’Alleanza, compiuta dall’oblazione di Cristo sulla croce, fiduciosi che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia […] per mezzo di Gesù Cristo» (Rm 5,20.21). Egli, il Figlio amato (cfr Mt 3,17), è venuto per rivelare l’amore del Padre per l’umanità. Chiunque ascolta il Vangelo e risponde all’appello alla conversione diventa per Gesù «fratello, sorella e madre» (Mt 12,50), e pertanto figlio adottivo di suo Padre (cfr Ef 1,5).
Non si diventa però cristiani, figli del Padre e fratelli in Cristo, per una disposizione divina autoritativa, senza l’esercizio della libertà personale, cioè senza convertirsi liberamente a Cristo. L’essere figlio di Dio segue l’imperativo della conversione: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). Tutti quelli che hanno risposto con la fede e la vita a questa predicazione di Pietro sono entrati nella fraternità della prima comunità cristiana (cfr 1 Pt 2,17; At 1,15.16; 6,3; 15,23): ebrei ed ellenisti, schiavi e uomini liberi (cfr 1 Cor 12,13; Gal 3,28), la cui diversità di origine e stato sociale non sminuisce la dignità di ciascuno né esclude alcuno dall’appartenenza al popolo di Dio. La comunità cristiana è quindi il luogo della comunione vissuta nell’amore tra i fratelli (cfr Rm 12,10; 1 Ts 4,9; Eb 13,1; 1 Pt 1,22; 2 Pt 1,7).
Tutto ciò dimostra come la Buona Novella di Gesù Cristo, mediante il quale Dio fa «nuove tutte le cose» (Ap 21,5) (3), sia anche capace di redimere le relazioni tra gli uomini, compresa quella tra uno schiavo e il suo padrone, mettendo in luce ciò che entrambi hanno in comune: la filiazione adottiva e il vincolo di fraternità in Cristo. Gesù stesso disse ai suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).
I molteplici volti della schiavitù ieri e oggi
3. Fin da tempi immemorabili, le diverse società umane conoscono il fenomeno dell’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo. Ci sono state epoche nella storia dell’umanità in cui l’istituto della schiavitù era generalmente accettato e regolato dal diritto. Questo stabiliva chi nasceva libero e chi, invece, nasceva schiavo, nonché in quali condizioni la persona, nata libera, poteva perdere la propria libertà, o riacquistarla. In altri termini, il diritto stesso ammetteva che alcune persone potevano o dovevano essere considerate proprietà di un’altra persona, la quale poteva liberamente disporre di esse; lo schiavo poteva essere venduto e comprato, ceduto e acquistato come se fosse una merce.
Oggi, a seguito di un’evoluzione positiva della coscienza dell’umanità, la schiavitù, reato di lesa umanità (4), è stata formalmente abolita nel mondo. Il diritto di ogni persona a non essere tenuta in stato di schiavitù o servitù è stato riconosciuto nel diritto internazionale come norma inderogabile.
Eppure, malgrado la comunità internazionale abbia adottato numerosi accordi al fine di porre un termine alla schiavitù in tutte le sue forme e avviato diverse strategie per combattere questo fenomeno, ancora oggi milioni di persone — bambini, uomini e donne di ogni età — vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù.
Penso a tanti lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori, a livello formale e informale, dal lavoro domestico a quello agricolo, da quello nell’industria manifatturiera a quello minerario, tanto nei Paesi in cui la legislazione del lavoro non è conforme alle norme e agli standard minimi internazionali, quanto, sia pure illegalmente, in quelli la cui legislazione tutela il lavoratore.
Penso anche alle condizioni di vita di molti migranti che, nel loro drammatico tragitto, soffrono la fame, vengono privati della libertà, spogliati dei loro beni o abusati fisicamente e sessualmente. Penso a quelli tra di loro che, giunti a destinazione dopo un viaggio durissimo e dominato dalla paura e dall’insicurezza, sono detenuti in condizioni a volte disumane. Penso a quelli tra loro che le diverse circostanze sociali, politiche ed economiche spingono alla clandestinità, e a quelli che, per rimanere nella legalità, accettano di vivere e lavorare in condizioni indegne, specie quando le legislazioni nazionali creano o consentono una dipendenza strutturale del lavoratore migrante rispetto al datore di lavoro, ad esempio condizionando la legalità del soggiorno al contratto di lavoro… Sì, penso al «lavoro schiavo».
Penso alle persone costrette a prostituirsi, tra cui ci sono molti minori, e alle schiave e agli schiavi sessuali; alle donne forzate a sposarsi, a quelle vendute in vista del matrimonio o a quelle trasmesse in successione ad un familiare alla morte del marito senza che abbiano il diritto di dare o non dare il proprio consenso.
Non posso non pensare a quanti, minori e adulti, sono fatti oggetto di traffico e di mercimonio per l’espianto di organi, per essere arruolati come soldati, per l’accattonaggio, per attività illegali come la produzione o vendita di stupefacenti, o per forme mascherate di adozione internazionale.
Penso infine a tutti coloro che vengono rapiti e tenuti in cattività da gruppi terroristici, asserviti ai loro scopi come combattenti o, soprattutto per quanto riguarda le ragazze e le donne, come schiave sessuali. Tanti di loro spariscono, alcuni vengono venduti più volte, seviziati, mutilati, o uccisi.
Alcune cause profonde della schiavitù
4. Oggi come ieri, alla radice della schiavitù si trova una concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto. Quando il peccato corrompe il cuore dell’uomo e lo allontana dal suo Creatore e dai suoi simili, questi ultimi non sono più percepiti come esseri di pari dignità, come fratelli e sorelle in umanità, ma vengono visti come oggetti. La persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, con la forza, l’inganno o la costrizione fisica o psicologica viene privata della libertà, mercificata, ridotta a proprietà di qualcuno; viene trattata come un mezzo e non come un fine.
Accanto a questa causa ontologica — rifiuto dell’umanità nell’altro —, altre cause concorrono a spiegare le forme contemporanee di schiavitù. Tra queste, penso anzitutto alla povertà, al sottosviluppo e all’esclusione, specialmente quando essi si combinano con il mancato accesso all’educazione o con una realtà caratterizzata da scarse, se non inesistenti, opportunità di lavoro. Non di rado, le vittime di traffico e di asservimento sono persone che hanno cercato un modo per uscire da una condizione di povertà estrema, spesso credendo a false promesse di lavoro, e che invece sono cadute nelle mani delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Queste reti utilizzano abilmente le moderne tecnologie informatiche per adescare giovani e giovanissimi in ogni parte del mondo.
Anche la corruzione di coloro che sono disposti a tutto per arricchirsi va annoverata tra le cause della schiavitù. Infatti, l’asservimento ed il traffico delle persone umane richiedono una complicità che spesso passa attraverso la corruzione degli intermediari, di alcuni membri delle forze dell’ordine o di altri attori statali o di istituzioni diverse, civili e militari. «Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo, la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il dominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori» (5).
Altre cause della schiavitù sono i conflitti armati, le violenze, la criminalità e il terrorismo. Numerose persone vengono rapite per essere vendute, oppure arruolate come combattenti, oppure sfruttate sessualmente, mentre altre si trovano costrette a emigrare, lasciando tutto ciò che possiedono: terra, casa, proprietà, e anche i familiari. Queste ultime sono spinte a cercare un’alternativa a tali condizioni terribili anche a rischio della propria dignità e sopravvivenza, rischiando di entrare, in tal modo, in quel circolo vizioso che le rende preda della miseria, della corruzione e delle loro perniciose conseguenze.
Un impegno comune per sconfiggere la schiavitù
5. Spesso, osservando il fenomeno della tratta delle persone, del traffico illegale dei migranti e di altri volti conosciuti e sconosciuti della schiavitù, si ha l’impressione che esso abbia luogo nell’indifferenza generale.
Se questo è, purtroppo, in gran parte vero, vorrei ricordare l’enorme lavoro silenzioso che molte congregazioni religiose, specialmente femminili, portano avanti da tanti anni in favore delle vittime. Tali istituti operano in contesti difficili, dominati talvolta dalla violenza, cercando di spezzare le catene invisibili che tengono legate le vittime ai loro trafficanti e sfruttatori; catene le cui maglie sono fatte sia di sottili meccanismi psicologici, che rendono le vittime dipendenti dai loro aguzzini, tramite il ricatto e la minaccia ad essi e ai loro cari, ma anche attraverso mezzi materiali, come la confisca dei documenti di identità e la violenza fisica. L’azione delle congregazioni religiose si articola principalmente intorno a tre opere: il soccorso alle vittime, la loro riabilitazione sotto il profilo psicologico e formativo e la loro reintegrazione nella società di destinazione o di origine.
Questo immenso lavoro, che richiede coraggio, pazienza e perseveranza, merita apprezzamento da parte di tutta la Chiesa e della società. Ma esso da solo non può naturalmente bastare per porre un termine alla piaga dello sfruttamento della persona umana. Occorre anche un triplice impegno a livello istituzionale di prevenzione, di protezione delle vittime e di azione giudiziaria nei confronti dei responsabili. Inoltre, come le organizzazioni criminali utilizzano reti globali per raggiungere i loro scopi, così l’azione per sconfiggere questo fenomeno richiede uno sforzo comune e altrettanto globale da parte dei diversi attori che compongono la società.
Gli Stati dovrebbero vigilare affinché le proprie legislazioni nazionali sulle migrazioni, sul lavoro, sulle adozioni, sulla delocalizzazione delle imprese e sulla commercializzazione di prodotti realizzati mediante lo sfruttamento del lavoro siano realmente rispettose della dignità della persona. Sono necessarie leggi giuste, incentrate sulla persona umana, che difendano i suoi diritti fondamentali e li ripristinino se violati, riabilitando chi è vittima e assicurandone l’incolumità, nonché meccanismi efficaci di controllo della corretta applicazione di tali norme, che non lascino spazio alla corruzione e all’impunità. È necessario anche che venga riconosciuto il ruolo della donna nella società, operando anche sul piano culturale e della comunicazione per ottenere i risultati sperati.
Le organizzazioni intergovernative, conformemente al principio di sussidiarietà, sono chiamate ad attuare iniziative coordinate per combattere le reti transnazionali del crimine organizzato che gestiscono la tratta delle persone umane ed il traffico illegale dei migranti. Si rende necessaria una cooperazione a diversi livelli, che includa cioè le istituzioni nazionali ed internazionali, così come le organizzazioni della società civile e il mondo imprenditoriale.
Le imprese (6), infatti, hanno il dovere di garantire ai loro impiegati condizioni di lavoro dignitose e stipendi adeguati, ma anche di vigilare affinché forme di asservimento o traffico di persone umane non abbiano luogo nelle catene di distribuzione. Alla responsabilità sociale dell’impresa si accompagna poi la responsabilità sociale del consumatore. Infatti, ciascuna persona dovrebbe avere la consapevolezza che «acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico» (7).
Le organizzazioni della società civile, dal canto loro, hanno il compito di sensibilizzare e stimolare le coscienze sui passi necessari a contrastare e sradicare la cultura dell’asservimento.
Negli ultimi anni, la Santa Sede, accogliendo il grido di dolore delle vittime della tratta e la voce delle congregazioni religiose che le accompagnano verso la liberazione, ha moltiplicato gli appelli alla comunità internazionale affinché i diversi attori uniscano gli sforzi e cooperino per porre termine a questa piaga (8). Inoltre, sono stati organizzati alcuni incontri allo scopo di dare visibilità al fenomeno della tratta delle persone e di agevolare la collaborazione tra diversi attori, tra cui esperti del mondo accademico e delle organizzazioni internazionali, forze dell’ordine di diversi Paesi di provenienza, di transito e di destinazione dei migranti, e rappresentanti dei gruppi ecclesiali impegnati in favore delle vittime. Mi auguro che questo impegno continui e si rafforzi nei prossimi anni.
Globalizzare la fraternità, non la schiavitù né l’indifferenza
6. Nella sua opera di «annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società» (9), la Chiesa si impegna costantemente nelle azioni di carattere caritativo a partire dalla verità sull’uomo. Essa ha il compito di mostrare a tutti il cammino verso la conversione, che induca a cambiare lo sguardo verso il prossimo, a riconoscere nell’altro, chiunque sia, un fratello e una sorella in umanità, a riconoscerne la dignità intrinseca nella verità e nella libertà, come ci illustra la storia di Giuseppina Bakhita, la santa originaria della regione del Darfur in Sudan, rapita da trafficanti di schiavi e venduta a padroni feroci fin dall’età di nove anni, e diventata poi, attraverso dolorose vicende, «libera figlia di Dio» mediante la fede vissuta nella consacrazione religiosa e nel servizio agli altri, specialmente i piccoli e i deboli. Questa Santa, vissuta fra il XIX e il XX secolo, è anche oggi testimone esemplare di speranza (10) per le numerose vittime della schiavitù e può sostenere gli sforzi di tutti coloro che si dedicano alla lotta contro questa «piaga nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo» (11).
In questa prospettiva, desidero invitare ciascuno, nel proprio ruolo e nelle proprie responsabilità particolari, a operare gesti di fraternità nei confronti di coloro che sono tenuti in stato di asservimento. Chiediamoci come noi, in quanto comunità o in quanto singoli, ci sentiamo interpellati quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime del traffico di esseri umani, o quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone. Alcuni di noi, per indifferenza, o perché distratti dalle preoccupazioni quotidiane, o per ragioni economiche, chiudono un occhio. Altri, invece, scelgono di fare qualcosa di positivo, di impegnarsi nelle associazioni della società civile o di compiere piccoli gesti quotidiani — questi gesti hanno tanto valore! — come rivolgere una parola, un saluto, un «buongiorno» o un sorriso, che non ci costano niente ma che possono dare speranza, aprire strade, cambiare la vita ad una persona che vive nell’invisibilità, e anche cambiare la nostra vita nel confronto con questa realtà.
Dobbiamo riconoscere che siamo di fronte ad un fenomeno mondiale che supera le competenze di una sola comunità o nazione. Per sconfiggerlo, occorre una mobilitazione di dimensioni comparabili a quelle del fenomeno stesso. Per questo motivo lancio un pressante appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e a tutti coloro che, da vicino o da lontano, anche ai più alti livelli delle istituzioni, sono testimoni della piaga della schiavitù contemporanea, di non rendersi complici di questo male, di non voltare lo sguardo di fronte alle sofferenze dei loro fratelli e sorelle in umanità, privati della libertà e della dignità, ma di avere il coraggio di toccare la carne sofferente di Cristo (12), che si rende visibile attraverso i volti innumerevoli di coloro che Egli stesso chiama «questi miei fratelli più piccoli» (Mt 25,40.45).
Sappiamo che Dio chiederà a ciascuno di noi: «Che cosa hai fatto del tuo fratello?» (cfr Gen 4,9-10). La globalizzazione dell’indifferenza, che oggi pesa sulle vite di tante sorelle e di tanti fratelli, chiede a tutti noi di farci artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, che possa ridare loro la speranza e far loro riprendere con coraggio il cammino attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio pone nelle nostre mani.
Dal Vaticano, 8 dicembre 2014
FRANCISCUS
1.Papa Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014, n. 1.
2. Ivi, n. 2.
3. Cfr Id., Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 11.
4. Cfr Id., Discorso alla Delegazione internazionale dell’Associazione di Diritto Penale, 23 ottobre 2014, in Oss. Rom., 24 ottobre 2014, 4.
5. Id., Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei Movimenti popolari, 28 ottobre 2014, in Oss. Rom., 29 ottobre 2014, 7.
6. Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, La vocazione del leader d’impresa. Una riflessione, Milano e Roma, 2013.
7. Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, n. 66.
8. Cfr Papa Francesco, Messaggio al sig. Guy Ryder, Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in occasione della 103ª sessione della Conferenza dell’Oil, 22 maggio 2014, in Oss. Rom., 29 maggio 2014, 7.
9. Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, n. 5.
10. «Mediante la conoscenza di questa speranza lei era “redenta”, non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio» (Benedetto XVI, Lettera enciclica Spe salvi, n. 3).
11. Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla II Conferenza Internazionale «Combating Human Trafficking: Church and Law Enforcement in Partnership», 10 aprile 2014, in Oss. Rom., 11 aprile 2014, 7; cfr Id., Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 270.
12. Cfr Id., Esortazione apostolica Evangelii gaudium, nn. 24; 270.
Editoriale
«LA FORZA DEL PRESEPE». Meditare il Natale con Papa Francesco
Articolo
UNA VISIONE APOCALITTICA DELLA VITA
Paul A. Dominic S.I.
Articolo
LA CRESCITA DEL REGIONALISMO IN EUROPA
Pierre de Charentenay S.I.
Articolo
UNA RIFLESSIONE SUL DIRITTO PENALE
Ottavio De Bertolis
Articolo
«IL GATTOPARDO» DI VISCONTI CINQUANT'ANNI DOPO
Virgilio Fantuzzi S.I.
Focus
IL PRESIDENTE RENZI, IL GOVERNO E LA CRISI DEI PARTITI
Francesco Occhetta S.I.
Focus
LA «GOVERNANCE» GLOBALE DELLE MIGRAZIONI
Luciano Larivera S.I.
Profilo
«IL BAMBINO CHE GIOCAVA CON LA LUNA». LA STORIA DI P. AIMÉ DUVAL
Claudio Zonta S.I.
Rassegna bibliografica
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Articolo. VESCOVO DI ROMA E UNIVERSALITÀ DELLA CHIESA -
Articolo. AGOSTINO CASAROLI, ARTEFICE DELL'«OSTPOLITIK» MONTINIANA. Il caso ungherese e l'accordo del 1964 -
Articolo. IL PENSIERO FILOSOFICO NELLA COMPAGNIA DI GESÙ: STORIA DI UNA SFIDA -
Focus. UNA SOCIETÀ DI «ADULTESCENTI» E DI PRECARI? -
Focus. UNA POLITICA IBRIDA DI SVILUPPO -
Intervista. INCONTRO CON DANIELE GATTI: DIRIGERE CON AMORE -
Note e Commenti. LA PENA DI MORTE NEL MONDO -
Note e Commenti. L'«IMITAZIONE DI CRISTO» DOPO LA DEMITIZZAZIONE -
Rassegna bibliografica. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA -
Editoriale. IL CARDINALE PAROLIN ALL'ONU: RISPETTARE E PROTEGGERE -
Articolo. UNA CHIESA IN CAMMINO SINODALE. Le sfide pastorali sulla famiglia -
Articolo. RILEGGERE LA «GAUDIUM ET SPES» UNA CHIESA PER IL MONDO -
Articolo. IL SENSO DEL PECCATO -
Articolo. UNGARETTI, PELLEGRINO DI SPERANZA -
Focus. LA TERRA DEI FUOCHI -
Focus. UN COMPITO GRAVOSO PER IL NUOVO PRESIDENTE DELL'INDONESIA -
Note e Commenti. LA COMUNIONE DEGLI UOMINI CON DIO E TRA LORO OLTRE LA MORTE -
Necrologio. IN RICORDO DI P. ANGELO MACCHI S.I. -
Rassegna bibliografica. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA -
Editoriale
IL CARDINALE PAROLIN ALL'ONU: RISPETTARE E PROTEGGERE
Intervenendo all’Assemblea generale annuale dell’Onu, il 29 settembre a New York, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha espresso la propria visione della situazione mondiale attuale. Il 2014 è un anno particolarmente teso a causa di conflitti nel nord dell’Iraq e della Siria. Il cardinale ha sottolineato l’importanza del rispetto di ogni persona e la necessità di intervenire per proteggere le vittime di questa situazione. Non si può lasciare che dei popoli vengano massacrati. C’è un altro elemento in cui si deve esercitare la «responsabilità di proteggere», ed è quello dello sviluppo.
Quaderno N° 3943 del 04/10/2014 - (Civ. Catt. IV 3-104 )
Articolo
LO STILE DI PAOLO VI E LO STILE DEL VATICANO II
Michael Paul Gallagher S.I.
Articolo
MATRIMONIO E «SECONDE NOZZE» AL CONCILIO DI TRENTO
Giancarlo Pani S.I.
Articolo
MATRIMONIO E STRUTTURA NUZIALE DELLA RIVELAZIONE CRISTIANA
Mario Imperatori S.I.
Articolo
LA FAMIGLIA, LUOGO DI EDUCAZIONE ALLA FEDE SECONDO LA BIBBIA
Enrico Cattaneo S.I.
Focus
LA PIAGA SOCIALE DEL GIOCO D?AZZARDO
Francesco Occhetta S.I.
Focus
LA POVERTÀ IN ITALIA: UNA REALTÀ ALLARMANTE
GianPaolo Salvini S.I.
Note e Commenti
LEGGE NATURALE E ISTANZE PASTORALI
Gian Luigi Brena S.I.
Arte Musica Spettacolo
GOMORRA TRA «FICTION» E REALTÀ
Walter Bottaccio S.I.
Rassegna bibliografica
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Quaderno N° 3941 del 06/09/2014 - (Civ. Catt. III 345-448 )
Articolo
FERMARE LA TRAGEDIA UMANITARIA IN IRAQ
Luciano Larivera S.I.
Articolo
LA RIVALUTAZIONE STORICA DEL QUARTO VANGELO
Yves Simoens S.I.
Articolo
LA RICOSTITUZIONE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ UNA RIFLESSIONE STORIOGRAFICA
Martin M. Morales S.I.
Focus
L'ECONOMIA CIVILE. LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE
Francesco Occhetta S.I.
Vita della Chiesa
IL VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO NELLA REPUBBLICA DI COREA. Custodia Empatia Consolazione
Antonio Spadaro S.I.
Note e Commenti
MENO BAMBINI IN ITALIA?
GianPaolo Salvini S.I.
Necrologio
IN RICORDO DI P. GIOVANNI RULLI S.I.
Arte Musica Spettacolo
«CHI È DIO?», UN CORTOMETRAGGIO CATECHISTICO DEL 1945
Virgilio Fantuzzi S.I.
Rassegna bibliografica
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Articolo. LA RICOSTITUZIONE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ (1814). Una lettura sapienziale -
Articolo. MISTICA POPOLARE E PASTORALE URBANA -
Articolo. LA «BUONA NOTIZIA» -
Articolo. TRE RADICI FILOSOFICHE DEL NICHILISMO -
Focus. LA REPUBBLICA CENTRAFRICANA IN ATTESA DEI CASCHI BLU -
Vita della Chiesa. VERSO L'ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEL SINODO SULLA FAMIGLIA -
Profilo. DON GIUSEPPE ROSSI, UN MARTIRE PER LA SUA GENTE -
Intervista. INTERVISTA A EDOARDO WINSPEARE, REGISTA CINEMATOGRAFICO SALENTINO -
Note e Commenti. UNA VISIONE MESSIANICA DELLA SCIENZA? -
Note e Commenti. IRENEO, LA GNOSI E IL DIO CREATORE -
Rivista della Stampa. TEOLOGIA E SPIRITUALITÀ DEL SACERDOZIO CATTOLICO IN JOSEPH RATZINGER -
Rassegna bibliografica. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA -
Articolo
LA RICOSTITUZIONE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ (1814). UNA LETTURA SAPIENZIALE
Benjamin Gonzalez Buelta S.I.
Il 7 agosto si celebra il secondo centenario della ricostituzione della Compagnia di Gesù ad opera di Pio VII con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum. In questo articolo viene fatta una lettura sapienziale di ciò che per i gesuiti sopravvissuti al breve della loro soppressione Dominus ac Redemptor di Papa Clemente XIV significò lo scioglimento per sempre del loro Istituto e del loro modo di giungere a Dio. Nel corso dei quarant’anni nei quali la Compagnia rimase soppressa, i gesuiti vissero un processo pasquale molto intenso. Chi leggesse quegli anni soltanto con il linguaggio dell’ingiustizia, del lamento e della perdita, non rispetterebbe l’opera di Dio e nemmeno l’ispirazione e la novità che egli ci offre con ogni potatura: il Padre è l’agricoltore e può trasformare i colpi d’ascia indirizzati alla morte in un futuro di vita ben migliore per tempi nuovi.
Articolo. 1944: L'ANNO ZERO DEL RISTABILIMENTO DELLA LIBERTÀ E DELLA DEMOCRAZIA IN ITALIA -
Articolo. IMMAGINI DEL PARADISO NELLA LETTERATURA MODERNA -
Articolo. PRIORITÀ DELLA PERSONA? -
Focus. UCRAINA: POSSIBILI SOLUZIONI DEL CONFLITTO -
Vita della Chiesa. IL PAPA, LE ISTITUZIONI, LA CORRUZIONE -
Rivista della Stampa. UNA RICERCA SULLA «PACEM IN TERRIS» -
Note e Commenti. LE CRITICHE DEGLI SCIENZIATI ALLA TEOLOGIA -
Arte Musica Spettacolo. «12 ANNI SCHIAVO», UN FILM DI STEVE MCQUEEN -
Rassegna bibliografica. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA -
Articolo
1944: L'ANNO ZERO DEL RISTABILIMENTO DELLA LIBERTÀ E DELLA DEMOCRAZIA IN ITALIA
Giovanni Sale S.I.
Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario dello sbarco alleato in Normandia, il memorabile D-Day del 6 giugno 1944; l’evento è stato celebrato, nei luoghi dove si svolse, con particolare enfasi e solennità. Esso infatti è stato decisivo per le sorti dell’Europa, sottoposta al dominio nazista e duramente provata da quasi 5 anni di guerra, che distrusse gran parte delle città e costò la vita anche a milioni di civili. Il 1944 fu però importante anche per le vicende italiane: il giorno precedente il D-Day, Roma fu liberata dall’occupante nazista, mentre la parte Nord della penisola era ancora impegnata in una dura guerra contro i nazi-fascisti. In qualche modo il 1944 può essere indicato come l’anno zero per il ristabilimento, seppure ancora parziale, della democrazia e della libertà nel nostro Paese. In questo articolo si ripercorrono, anche se limitatamente all’aspetto istituzionale, le tappe più significative che, a partire dal giugno del 1944 fino agli importanti impegni costituzionali del 1946, hanno posto le fondamenta per la costruzione di una «nuova Italia» democratica e repubblicana.
© Civiltà Cattolica pag.105-118
Documento. LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO NEL DISCORSO PUBBLICO -
Articolo. LA CRISI: FALLIMENTO O POSSIBILITÀ DI RINASCITA? -
Articolo. IMMAGINI DELL'INFERNO NELLA LETTERATURA MODERNA -
Articolo. LA SILENZIOSA RIVOLUZIONE ANTIESCATOLOGICA -
Focus. IRAQ: EVITARE GUERRA CIVILE E PARTIZIONE -
Vita della Chiesa. LA XV ASSEMBLEA NAZIONALE DELL'AZIONE CATTOLICA ITALIANA -
Profilo. ROBERTO BUSA: TRA «CERVELLO MECCANICO» E «CERVELLO SPIRITUALE» -
Rivista della Stampa. L'«APPARIZIONE DELLA LEGGE» NELLA RIFLESSIONE DI PIER GIUSEPPE MONATERI -
Rassegna bibliografica. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA -
Documento
LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO NEL DISCORSO PUBBLICO
Pietro Grasso
Lunedì 16 giugno alle ore 18,00, presso la sede della nostra rivista, si è tenuta una tavola rotonda in occasione della pubblicazione del volume curato dal nostro direttore, p. Antonio Spadaro: «Papa Francesco. La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta» (Milano, Rizzoli, 2014). Hanno partecipato al dibattito il Presidente del Senato, Pietro Grasso, la direttrice di RaiNews, Monica Maggioni, p. Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa Vaticana e della Radio Vaticana, il prof. Vittorio Sermonti e il nostro direttore. Riproduciamo qui l’intervento del Presidente del Senato come testimonianza di una riflessione sull’incidenza delle parole di Papa Francesco nel discorso pubblico.
È per me davvero un piacere e un onore essere chiamato a riflettere con tutti voi sulle parole di Papa Francesco nel discorso pubblico, in occasione della pubblicazione del libro La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta. Questo libro è un corpus di meditazioni, riflessioni, consigli, risposte, ma soprattutto di domande che il Papa rivolge alla coscienza di ciascuno di noi, toccando tutti i temi della vita di un cristiano e di un cittadino. Dalla lettura delle omelie, delle interviste, in generale dei suoi scritti e interventi si possono trarre talune considerazioni.
La prima considerazione è stilistica: il Papa ama le frasi coordinate, incisive, essenziali. Ricorre raramente, nelle occasioni pubbliche, alle subordinate, alla complessità e all’oscurità del linguaggio, perché sente l’urgenza di comunicare, di essere capito, di scuotere il suo uditorio. La semplicità del linguaggio non è mai però semplicità di ragionamento: arriva sempre al cuore delle questioni, in profondità, ma porta ciò che è profondo in superficie e lo porge a chiunque abbia la voglia di ascoltare le sue parole.
La seconda considerazione riguarda il ricorso ai simboli, alle immagini. Il Papa parla avendo davanti a sé un orizzonte ampio, e sa che è fondamentale riuscire ad arrivare a tutti. L’immaginario del nostro tempo è un immaginario visivo: per questo Papa Francesco recupera la modalità del linguaggio di Gesù, le parabole, e crea con parole semplici delle immagini di una incredibile potenza simbolica. Per fare qualche esempio: la Chiesa vista come «un ospedale da campo dopo una battaglia», «le periferie esistenziali», cui il Papa fa riferimento nell’omelia del 16 maggio 2013, quando contrappone il fervore di san Paolo ai «cristiani da salotto», altra immagine fortissima. Oppure quando ai nuovi cardinali ha detto: «Ricordatevi che i cardinali non entrano a corte», invitandoli a «rifiutare intrighi, chiacchiere, cordate, favoritismi e preferenze», mentre ai sacerdoti della sua diocesi, nella Messa del Giovedì Santo, ha chiesto di essere «pastori con l’odore delle pecore, pastori in mezzo al proprio gregge».
Potrei continuare a lungo, ma chiudo questo breve elenco con due immagini che ritengo particolarmente graffianti: durante l’Angelus di qualche mese fa il Papa ha invitato i ricchi a mettere parte delle loro ricchezze al servizio degli altri, condividendole in un gesto di solidarietà in cui far intravedere la Provvidenza di Dio, perché «noi portiamo in cielo soltanto quello che abbiamo condiviso», ricordando loro che «il sudario non ha tasche». L’altra è forse una delle più famose: da Lampedusa ha tuonato contro «la cultura del benessere, [...] che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza».
La terza considerazione riguarda la scelta dei temi. Chiaramente nelle omelie il Papa parla della fede, di Dio, del Vangelo. Ma lui, sin da subito, ha puntato in modo chiaro e netto su alcuni temi di grande attualità: bellezza, bontà e verità, giustizia, opposizione alle mafie. A proposito, che emozione l’incontro con i parenti delle vittime della mafia insieme a don Ciotti! Ero presente in quel momento toccante e, quando ho sentito il Papa rivolgersi ai mafiosi e dire: «Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi è denaro insanguinato, è potere insanguinato e non potrete portarlo all’altra vita», ho avvertito un anatema di una forza e di una potenza paragonabile al «convertitevi» gridato ai mafiosi da Papa Giovanni Paolo II. Inoltre, temi quali la tenerezza, la misericordia, l’attenzione all’umanità dolente e povera, il giogo della competitività che porta alla cultura dello scarto, del vuoto a perdere, la tensione per un ordine politico alto, generale e più umano, l’attenzione al tema della pace e del dialogo, con una insistenza e una incidenza del tutto particolari.
Quarta e ultima considerazione: la corporeità di Papa Francesco. In passato i messaggi erano soprattutto testuali, ufficiali, arrivavano attraverso lettere ed encicliche. Anche oggi questi strumenti sono presenti, ma una grandissima parte della comunicazione di Papa Francesco è corporea: è un Papa che tocca la gente, che si lascia toccare, che accarezza, che si protende verso l’interlocutore e lo abbraccia. Tutti gesti di grande apertura e di grande accoglienza. Anche di grande rischio, a dirla tutta (e posso immaginare che la Gendarmeria si trovi spesso spiazzata). Davanti alle grandi masse Papa Francesco sembra riuscire a rivolgersi alle singole persone, proponendo anche appuntamenti telefonici; negli incontri più informali interroga bonariamente il suo interlocutore, lo stimola ad avere con lui un dialogo. D’altronde egli stesso di sé dice che ha sempre avuto «bisogno di una comunità» e di «vivere la sua vita insieme agli altri». Questo bisogno è testimoniato dal fatto che, ad esempio, le udienze, la catechesi durino una ventina di minuti, ma poi lui resta con il suo popolo per un’ora. Allo stesso modo a Santa Marta, dopo le omelie, non manca mai di salutare personalmente i fedeli.
Quanto diversa la comunicazione di Papa Francesco il 27 marzo scorso, durante la Messa con i parlamentari italiani, cui ho partecipato! «I peccatori pentiti saranno perdonati, i corrotti no. Una volta scelta questa opzione, non torneranno indietro e diventeranno irredimibili, simili a sepolcri imbiancati, una putredine verniciata: questa è la vita del corrotto», ha detto.
Un’omelia forte, tagliente, nella quale ha bollato l’ipocrisia, il fariseismo, la corruzione, la distanza tra il popolo e le classi dirigenti, chiuse entro anguste logiche di fazione, di ideologie, di interessi. Del resto, non poteva parlare di misericordia. Non aveva davanti i poveri, gli ultimi, non poteva mostrarsi dolce, accarezzare e abbracciare. Stupisce che qualcuno si sia stupito. Che cosa si aspettava: carezze? e ha ricevuto sberle? Le parole che Papa Francesco ha utilizzato quella mattina per commentare il passo di Geremia previsto dalla liturgia io le conoscevo, perché erano il cuore del libro Guarire dalla corruzione, che raccoglie le riflessioni dell’allora cardinale Bergoglio a Buenos Aires e di cui ho avuto l’onore e il privilegio di scrivere la post-fazione. Il testo di Bergoglio è un’analisi accurata e soprattutto spietata del fenomeno della corruzione: una condanna senza appello e quasi senza redenzione. Il Papa la descrive non solo come una somma «quantitativa» di peccati, ma come una mala pianta che minaccia le fondamenta su cui sono costruiti gli Stati democratici e la Chiesa stessa.
E su questo tema Papa Francesco è tornato davvero molto spesso in questi mesi, dicendo, ad esempio, che i corrotti danno da mangiare ai loro figli «pane sporco»; e anche la settimana scorsa lo ha fatto, chiedendo attenzione perché «è facile entrare nelle cricche della corruzione», e mai come in questi giorni queste parole andrebbero scolpite nella pietra. Con una sintesi economicamente e politicamente, oltre che spiritualmente, impeccabile, Papa Francesco si chiede: «Chi paga la corruzione? La paga il povero. Pagano gli ospedali senza medicine, gli ammalati che non hanno cura, i bambini senza educazione».
Quanto diversa la parola di Francesco da quella della politica! Il linguaggio dei politici, con qualche eccezione, è, in genere, ancora un linguaggio chiuso, pieno di enfasi retorica, ma che allo stesso tempo gioca ancora in difesa, anzi in autodifesa. Un linguaggio autoreferenziale che allontana invece di avvicinare, che chiude invece di aprire. Spesso è malato di astrazione teorica, e non arriva quasi mai alla concretezza simbolica e tematica come invece fa Papa Francesco. Mentre le persone ascoltano e capiscono immediatamente il cuore del ragionamento del Papa, perché è posto loro sinteticamente e con quelle immagini che abbiamo prima richiamato, che brillano per chiarezza e potenza, la politica adotta slogan certamente semplici ma vuoti, che non artigliano l’attenzione e non schiudono alcuna consapevolezza.
Anche nella selezione dei temi si verifica una sorta di paradosso: il Papa parla dei temi che toccano la vita quotidiana delle persone, temi di cui la gente ha bisogno di sentir parlare. Anche il politico sa quali siano questi temi, ma spesso parla d’altro, di alchimie parlamentari e di governo che nulla hanno a che fare con i problemi quotidiani dei cittadini, con le loro difficoltà, e soprattutto con le loro speranze. Quando poi il discorso si centra su questi temi, nella migliore delle ipotesi i politici offrono ottime analisi, con statistiche e dati, ma senza affrontarli con la drammaticità di chi vive l’esperienza, senza mettersi dal punto di vista di chi ascolta: in poche parole — anzi, per usare le parole di Francesco — si dimostra di non conoscere l’odore e la scomodità della frontiera, ma solo l’asetticità del laboratorio.
Ricordo la grande emozione di quel 13 marzo 2013 — ero stato eletto da poco senatore, ma ancora la legislatura non era iniziata —, quando dal balcone Bergoglio si presentò al mondo per la prima volta come Francesco, e disse che i suoi fratelli cardinali erano andati a prendere il Vescovo di Roma «quasi alla fine del mondo», per poi aggiungere: «E adesso incominciamo questo cammino», e salutare tutti, dopo le preghiere, con un caloroso: «Ci vediamo presto, buona notte e buon riposo». Già da quelle pochissime parole si era potuto intravedere in nuce quello stile che nei giorni e nei mesi successivi è stato evidente al mondo.
Solo tre giorni dopo sono stato eletto presidente del Senato, e nel mio discorso di insediamento cercai di mettere subito in relazione quella mia percezione di cambiamento della Chiesa a quello della politica con queste parole: «Penso a questa politica, alla quale mi sono appena avvicinato, che ha bisogno di essere cambiata e ripensata dal profondo nei suoi costi, nelle sue regole, nei suoi riti, nelle sue consuetudini, nella sua immagine, rispondendo ai segnali che i cittadini ci hanno mandato, ci mandano e ci continuano a mandare in ogni occasione. […] Quanto radicale e urgente sia il tempo del cambiamento lo dimostra la scelta del nuovo Pontefice, Papa Francesco, i cui primi atti hanno evidenziato un’attenzione prioritaria verso i bisogni reali delle persone».
La velocità impressa da Papa Francesco al cambiamento nella Chiesa è ineguagliabile. In pochi mesi ha rotto le tradizioni, infranto ogni barriera, innovato il linguaggio, superato le burocrazie, aprendosi nello stesso tempo alla collegialità, arrivando al paradosso che, mentre il Papa cerca il confronto, i politici si sentono depositari della verità. Il Papa inoltre ha rimesso al centro del discorso l’uomo, con le sue debolezze e i suoi punti di forza, nel rapporto con Dio. Il suo messaggio, anzi la sua testimonianza condivisa (perché non dà messaggi distaccati) è chiara e forte: non lasciamo che i princìpi e i valori religiosi restino solo nella preghiera e nella contemplazione, facciamone uno stile di vita quotidiano basato sull’accoglienza, sulla fiducia, sulla speranza, sulla solidarietà.
Papa Francesco sente l’urgenza del cambiamento: «I tempi stringono, non abbiamo diritto a continuare ad accarezzarci l’anima, a restare chiusi nelle nostre cosucce. Non abbiamo diritto a restare tranquilli». Invita addirittura i più giovani a ribellarsi contro questo orizzonte: «Un giovane che non protesta non mi piace. Perché il giovane ha l’illusione dell’utopia, e l’utopia non è sempre negativa. L’utopia è respirare e guardare avanti». Devo confessarvi di aver sentito un’intima risonanza tra queste parole e quelle, proprio sull’utopia, che rivolgo spesso alle ragazze e ai ragazzi quando mi capita di incontrarli, e di cui ho scritto nel mio libro Liberi tutti. Lettera a un ragazzo che non vuole morire di mafia.
Come dice padre Spadaro, Papa Francesco non è solo un uomo dolce e tenero, per quanto queste siano senza dubbio due caratteristiche che lo contraddistinguono. È un uomo che indica anche un ring dove si combatte, detta le regole del gioco — il discernimento — e non teme di combattere egli stesso per realizzare l’utopia del cambiamento.
In conclusione, nell’innovazione del linguaggio impressa da Papa Francesco troviamo dunque molte componenti: la sua origine sudamericana, la sua formazione gesuitica, un carattere aperto, il bisogno di avere il contatto con la comunità, l’accurata scelta di temi di urgente attualità, la capacità di farsi comprendere da tutti attraverso immagini semplici ma di grande potenza simbolica, il tutto unito a una istintiva capacità di utilizzare le forme e gli strumenti della comunicazione per arrivare al cuore della gente. Tutto questo però non è fine a se stesso, ma è al servizio di un alto e profondo disegno riformatore della Chiesa: un cambiamento radicale, politico e spirituale, di cui la comunicazione è un fondamentale e indispensabile sostegno.
© Civiltà Cattolica pag.61-66